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EDIZIONE STRAORDINARIA

In Lettere e Proposte on 7 giugno 2009 at 07:00

Per la prima volta “La Fuga dei Talenti” esce la domenica. Lo fa perché la lettera pervenuta al blog un paio di giorni fa non poteva che essere pubblicata oggi, ultimo giorno di votazioni. E’ la lettera di Alessandro (lo chiameremo così, per motivi legati alla sua professione), che risiede in un altro Stato europeo. Alessandro, un trentenne italiano, quest’anno vota alle elezioni Ue i candidati del suo Paese di residenza. La sua patria, dopo tanti anni, gli appare sempre più lontana. Un altro mondo, insomma. Per questo ha deciso di recidere anche uno dei pochi legami rimasti col “Belpaese”, quello elettorale. Alessandro mi ha confidato via e-mail di essersi deciso a scrivere questa lettera dopo aver letto quella di Chiara, la 19enne che vive, studia e lavora (con profitto) in Gran Bretagna. Anch’essa pubblicata su questo blog. Anche quello di Alessandro, purtroppo, è un duro atto di denuncia. “Oggi non mi sento più in fuga. Mi sento semplicemente meno italiano”, scrive. Lasciandoci un profondo senso si amarezza. Ma che Paese è, questo?

“Caro Sergio,

ho festeggiato la festa della Repubblica tra italiani espatriati, forse non tutti in fuga, ma certo ormai lontani. Io ho cominciato la mia fuga nel 2001. Non penso di avere un talento particolare, e forse la stessa definizione di fuga dei cervelli/talenti è fuorviante. Dall’Italia degli ultimi 15 anni fuggono in molti, non soltanto ricercatori, intellettuali o specialisti. Fugge chi cerca una società più aperta, chi vuole migliorare la qualità della propria vita, chi cerca meritocrazia. Fugge chi soffoca nelle maglie dell’Italia stagnante. Fugge chi, come Chiara, vuol mostrare di essere capace di costruirsi una vita, senza spinte né raccomandazioni. Sono fuggito a 26 anni, in cerca di ambienti più aperti ai giovani, più dinamici, benché certamente non più stabili. Ma preferivo la precarietà all’estero che quella in Italia. Ritornai dopo poco meno di un anno, tentando di convincermi che avessi scelto la strada sbagliata, che il sistema andasse cambiato da dentro e che la fuga fosse un po’ come deresponsabilizzarsi. Ho rimesso piede nel mondo accademico italiano. Nel 2004 ho rifatto i bagagli. Li ho rifatti per trovare procedure trasparenti, relazioni con l’amministrazione cordiali, rapide ed efficaci, possibilità di carriera. Il tutto sempre nella precarietà. Ma la precarietà all’estero ha un altro sapore. È opportunità, arricchimento professionale, valore aggiunto. Dal 2004 ho cambiato altri due Paesi, ma in Italia non sono tornato. Anche le vacanze italiane sono sempre meno frequenti. Preferisco Paesi con una cultura del turismo vissuta con passione e spirito di servizio, e non con quel disinteresse scocciato che si percepisce in molte strutture italiane. Il 7 giugno voterò per la prima volta i rappresentati al Parlamento europeo di un altro Paese, il Paese dove risiedo. Ho riflettuto a lungo su questa opzione e ho deciso di rifiutare di far parte di un sistema in cui i cittadini sono un’audience. Oggi, non mi sento più in fuga. Mi sento semplicemente meno italiano. Ma guardandomi indietro, mi rattrista il vedere un Paese che non riesce a utilizzare il gran potenziale che possiede, che soffoca il progresso. Un Paese in cui la parola speranza e l’ottimismo sono stati spazzati via dall’aggressività di un’apatia che, questa sì, riesce da noi a far sistema.”