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Bancogerontocrazia

In Declino Italia on 5 giugno 2009 at 09:00

Un fugace pensiero al mondo delle banche italiane. Lo spunto viene dall’articolo pubblicato qualche tempo fa su L’Espresso dall’economista Luigi Zingales, che chiede un Marchionne anche per i nostri istituti di credito. “L’auto si ristruttura, mentre nelle banche prevale l’immobilismo e la Geronzocrazia”, scrive Zingales, sostenendo l’inutilità di finanziare con sussidi statali dei giganti del credito al di là e al di qua dell’oceano. Destinati, a suo parere, a scomparire. Mi ha colpito il gioco di parole su “Geronzocrazia”, che oltre a sottindendere la presenza sempiterna e immutabile di uno dei big player della finanza italiana, al di là di ogni tentativo di reale cambiamento, lascia intendere come il mondo delle banche “made in Italy” sia tutt’altro che sano. Certo, ha buon gioco il premier Silvio Berlusconi a sostenere (solo due giorni fa) che “siamo orgogliosi delle nostre banche. E’ il sistema più solido in Europa, non è stato infettato dai titoli tossici”. Al di là del fatto che dovrebbe coordinarsi meglio col suo Ministro dell’Economia, che dal canto suo invita gli istituti di credito a fare il loro mestiere, senza buttarsi sulla finanza. Ma siamo davvero sicuri che il sistema bancario italiano sia il migliore al mondo? Un rapporto dell’Antitrust, realizzato all’inizio del 2009, ci informava che il 60% delle società quotate tricolori, soprattutto istituti di credito e assicurazioni, presenta nel proprio capitale azionisti che sono al contempo loro diretti concorrenti. Uno spaventoso concentrato di conflitti d’interesse, che affida alle mani di pochi il potere economico reale. Uno specchio fedele del “capitalismo relazionale” all’italiana, dove non prevale certo il merito, ma gli interessi di parte. Ovviamente, dei soliti pochi eletti. Dovremmo persino andarne fieri? Ma quale futuro offre un tale sistema a giovani che vorrebbero trovare in quell’ambiente un sano orizzonte di carriera lavorativa e crescita professionale? Poi veniamo a sapere che le piccole e medie imprese non vedono ancora aprirsi i rubinetti del credito da parte di queste banche, che -pur immuni dai titoli tossici (così dice il premier)- hanno paura a sganciare mezzo euro. Lo scriveva pochi giorni fa Orazio Carabini sul Sole 24 Ore, non lo dico io. E scopriamo che l’agenzia internazionale Moody’s ha appena rivisto al ribasso le prospettive del nostro settore bancario. Ci viene pure detto (dalla Cgia di Mestre) che nel marzo di quest’anno i tassi di interesse applicati dalle banche italiane -soprattutto per i prestiti a breve termine- hanno penalizzato le nostre imprese in misura maggiore rispetto a quelle degli altri Paesi europei. I nostri imprenditori hanno pagato di più, se paragonati ai loro concorrenti diretti: quelli francesi hanno risparmiato -rispetto a noi- quattro miliardi, quelli tedeschi quasi tre miliardi, quelli spagnoli quasi un miliardo e mezzo. Intanto la fine delle commissioni di massimo scoperto sul “rosso” in banca è stata semplicemente sostituita da altre commissioni-capestro. Di questo “capitalismo bancario relazionale” dovremmo realmente andare fieri? Per una volta sono d’accordo con l’ex presidente di Bankitalia Antonio Fazio. Non passerà certo alla storia con i massimi onori, dopo le intercettazioni telefoniche e i “bacetti” inviatigli dal suo protetto, ma una cosa giusta l’ha detta, poco tempo fa: “Nelle mie considerazioni finali non ho mai usato la parola declino per l’economia italiana. Ma tenendo conto del percorso degli ultimi anni del nostro Paese rispetto alle altre nazioni in termini di competitività, produttività e quota del commercio mondiale, allora questo è declino”.

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