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Eppure non è tutta colpa della crisi…

In Declino Italia on 3 giugno 2009 at 09:00

Negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, tasse alte. Dobbiamo essere capaci di levare la testa dalle angustie di oggi per vedere più lontano“. Sono parole estrapolate dall’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, e pronunciate venerdì scorso. Quello tracciato da Draghi è il quadro di un Paese in declino, che deve darsi -subito- il colpo di reni necessario per rialzarsi e ripartire. Un Paese che quest’anno farà probabilmente registrare una caduta del Pil pari al 5%. Un Paese dove -dati Istat alla mano- il 22,2% delle famiglie (cinque milioni e trecentomila in termini assoluti) ha difficoltà economiche di diverso grado. Come -per fare esempi comprensibili a tutti- quella di non poter sostenere spese impreviste, o quella di acquistare cibo, vestiti, sostenere spese mediche, pagare l’affitto e le bollette. Poi scopriamo, sempre grazie all’Istat, che ora anche i padri sono sempre più precari (quindi i figli, dal futuro già incerto, rischiano di veder mancare uno dei pochi pilastri di appoggio). Mentre i senza lavoro crescono più degli occupati. E -tornando a Bankitalia- scopriamo di avere tassi di povertà superiori a quelli dell’Europa, mentre la spesa destinata alle famiglie è inferiore persino a Grecia e Spagna. Per il Rapporto Diritti Globali 2009, la metà delle famiglie italiane vive con un reddito inferiore a 23.083 euro. Chiudendo questo raggelante volo d’orizzonte sui dati che fotografano l'”Italia Anno Domini 2009”, citiamo nuovamente Mario Draghi: nella sua relazione annuale parla di due milioni di persone con un contratto in scadenza, con tagli al personale nel 40% delle imprese con oltre 20 addetti. E’ lo stesso Draghi a chiedere, nel silenzio generale, una riforma organica e rigorosa degli ammortizzatori sociali. Ed è questa l’Italia alla quale si affacciano i nati negli anni ’80, freschi di laurea? Figli del boom economico e degli “ultimi giorni di Pompei” della Prima Repubblica, il loro è un risveglio davvero amaro. Eppure non è tutta colpa della crisi…: Draghi indica la strada delle riforme (una, appena citata, è quella relativa agli ammortizzatori sociali). Io cito un’altra strada: quella delle liberalizzazioni. Che fine hanno fatto? Perché continuiamo a vivere in un Paese fatto di caste e monopoli, dove comandano sempre i soliti, i quali impediscono una maggiore concorrenza, in grado di sprigionare più ricchezza e abbassare i costi? Pochi giorni fa il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà ha denunciato come in un Parlamento dominato da decine di interessi corporativi [l’aggiunta sugli interessi corporativi è mia, nda] ci sono molti interventi sporadici, ma significativi, di riportare indietro l’orologio. Catricalà ha citato l’unico tentativo serio di liberalizzazioni fatto nel Dopoguerra: le “lenzuolate” di Bersani. Immediatamente stracciate dal potere immutabile di corporazioni feudali e antistoriche, da monopoli che temono la concorrenza come il fumo negli occhi. Mentre facciamo passi più o meno lenti nel 60% dei settori presi in esame, l’altro 40% (o poco meno) addirittura regredisce, secondo l’ultimo “Indice delle liberalizzazioni”: perdono mercato del gas, telecomunicazioni, trasporto aereo, trasporto pubblico locale, infrastrutture autostradali, televisione. Mica nespole! Chiudo con l’ottimo Carlo Carboni e il suo articolo sul Sole 24 Ore dell’8 maggio, non prima di aver notato come -pur attraversando un periodo di crisi globale- quello italiano è e resta un declino strutturale. Né ci si può aspettare null’altro da un Paese gerontocratico e immeritocratico, I’m sorry… E con un quadro così, ci meravigliamo ancora se migliaia di giovani ogni anno mollano gli ormeggi e vanno all’estero, schifati? Ma torniamo a Carboni. Mi è piaciuto molto questo passaggio del suo articolo: “Un comportamento meritevole delle classi dirigenti, che devono dare l’esempio, implica che esse mettano innanzitutto fine alla comoda (ma parassitaria) sintonia al ribasso tra Governo e Paese, all’autoreferenzialità e ai privilegi dei ceti politici ristretti, alle net elites oligarchiche del capitalismo relazionale che premiano fedeltà e appartenenze a danno di merito e competenza: l’obiettivo è ricreare un senso di solidarietà e comunità per recuperare fiducia. La cittadinanza competente -quella parte di società più istruita e informata- dovrebbe costituire il primo interlocutore delle classi dirigenti in questa impresa. […] Si sente necessità di una pagina nuova, dell’apertura di un ciclo della responsabilità individuale e collettiva, del merito e della trasparenza, delle capacità di visione e di decisione di chi governa, di una stagione dei diritti e dei doveri di cittadinanza, di ripresa dell’interesse collettivo. Un cambiamento profondo e difficile. […] Torna il tempo delle scelte per mettere in valore i nostri talenti, le nostre capacità, il patrimonio delle risorse a noi disponibili“.