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La Generazione che salverà l’Italia (forse)

In Giovani Italians on 19 maggio 2009 at 09:45

La “Generazione 2000” salverà il mondo? A dirla tutta, ci potrebbe più modestamente bastare che salvasse l’ltalia, Paese destinato a declino certo, qualora non mutassero radicalmente le regole del gioco che sottostanno alla selezione della classe dirigente. In tutti i settori. Premesso questo, mi fa piacere segnalare l’ultima ricerca del professor Alessandro Rosina. Lo stesso che un anno fa fece scalpore, con uno studio sull’emarginazione dei giovani dal sistema-Paese. Come riportato anche nel libro “La Fuga dei Talenti”, Rosina mise nero su bianco i seguenti e drammatici concetti: l’italia è -nel mondo occidentale- uno dei Paesi con minor peso demografico dei giovani; che investe meno sui giovani; con la più bassa occupazione e scolarizzazione giovanile; con i salari più bassi, soprattutto tra i giovani; con l’età più ritardata nella conquista di una propria autonomia; con il sistema previdenziale più squilibrato e iniquo; con il maggior debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti; con l’età media più elevata della classe dirigente. Nella sua ultima ricerca, invece, intitolata “Giovani oltre la crisi, la carica dei Millennials”, lo stesso Rosina (con Paolo Balduzzi) fotografa una generazione ancora diversa. Quella che oggi ha tra i 18 e i 27 anni. A sua volta differente rispetto a quella dei trentenni. Una generazione composta da giovani esperti di nuove tecnologie, cresciuti nell’epoca post-Guerra Fredda e in piena globalizzazione, abituati alla precarietà: appaiono distanti anni-luce dai tanto vituperati “bamboccioni” di “padoa-schioppana” memoria. Che forse saranno pure esistiti -questa la tesi di fondo della ricerca- ma il quadro sta ancora cambiando. Incrociando dati Istat, Iard ed Eurostat, il duo di professori ha scoperto che le nuove generazioni discutono maggiormente di politica rispetto a quelle che le hanno precedute; hanno una maggiore propensione al rischio; considerano molto importante l’impegno sociale. Per la prima vlta compare persino una leggera inversione di tendenza nell’abbandono del “nido” materno. Si resta dunque un po’ meno nella casa dei genitori.  Questa ricerca porta finalmente una bella ventata di ottimismo, dopo tante altre -analoghe- che hanno certificato l’irrilevanza sociale dei giovani italiani. Ma si badi bene: l’ottimismo si fonda soprattutto sulla consapevolezza che questi giovani sono portatori di modelli e schemi di pensiero nuovi. Aperti all’Europa, non più confinati al microcosmo mafioso italiano. Starà alla paludata e immobile società del Belpaese recepire i germi di questo cambiamento. Come ben annota il professor Marco Leonardi, dell’Università Statale: “Questi ragazzi, e il Paese con loro, potranno fare strada solo se gli adulti di oggi sapranno cambiare i meccanismi di selezione, premiare il merito, rovesciare le logiche attuali”. Al momento i segnali dalla gerontocrazia che guida l’Italia sono flebili. Ci prepariamo forse ad esportare verso altri Paesi di provata meritocrazia un’altra bella vagonata di giovani di talento?

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