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Un Paese di “caste”

In Declino Italia on 8 maggio 2009 at 09:52

L’ultimo, inquietante segnale, è arrivato con l’esclusione dalla prova orale di 66 aspiranti notai, che al termine di un’agguerrita battaglia legale avevano ottenuto il diritto a partecipare all’ultimo stadio di esame per entrare nella professione. Fino a quando qualcuno -alla Camera- non ha scoperto che nella norma scritta per sanare la vertenza in corso c’era pure un emendamento che mirava a mettere a bando 600 nuovi posti. Apriti cielo: la potente lobby notarile ha subito alzato le barricate per far saltare tutto, compresa ovviamente la norma “sanatrice” dei 66 in attesa. Ora, risulta che in Italia -su 6300 posti disponibili- solo 4723 notai siano effettivamente in servizio. Quindi, non solo un qualsiasi atto notarile assomiglia (in termini economici) più a un salasso che non a una procedura legale, ma quei pochi già in circolazione si stanno spartendo pure gli affari dei circa 1600 ancora teorici e mai entrati in servizio. Il tutto in una categoria di “poveri disgraziati”, che guadagnano la miseria di 300mila euro in media all’anno, tramandando spesso e volentieri la (dorata) professione di padre in figlio. Giusto per non sbagliare. Ma i notai sono solo la punta dell’iceberg di un Paese corporativo, a caste: come ben scriveva La Repubblica pochi giorni fa, in un momento economico particolare come questo e con un clima politico diverso, le “caste chiuse” stanno piano piano facendo saltare in aria tutte quelle striminzite liberalizzazioni fin qui introdotte. Dei notai abbiamo detto, mentre i farmacisti stanno facendo una guerra senza quartiere alle parafarmacie (che qualche migliaio di posti di lavoro l’avevano magari creato, oltre a effetti benefici sui prezzi), mentre gli avvocati (così ben rappresentati in Parlamento) stanno esercitando pressioni forti per reintrodurre le tariffe minime. Lotta alla concorrenza reale e -questo l’aspetto che più mi preoccupa- chiusura a riccio verso l’accesso alla professione da parte dei giovani. Soprattutto dei giovani “figli di nessuno”, quelli senza genitori o parenti già attivi nella professione. Perché queste sono professioni troppo spesso ereditarie, che perpetuano per generazioni -a scapito delle aspiranti “new entries”- il meccanismo malato della “casta”. Come scriveva pochi giorni fa l’Economist: “L’Italia ha disperatamente bisogno di maggiori riforme. Secondo l’Ocse, il suo mercato produttivo è uno dei più regolati in Europa. E’ uno dei Paesi con i peggiori record di implementazione delle direttive europee relative al mercato interno. Il suo mercato del lavoro è pesantemente diviso tra insiders protetti e ben pagati da un lato, e lavoratori temporanei e senza reti di protezione dall’altro – una ragione per la quale esiste un alto tasso di disoccupazione giovanile”. L’articolo si concludeva, pur con qualche scettiscimo, con un pressante invito al Governo Berlusconi, affinché sappia cogliere l’opportunità d’oro di un Governo a così larga maggioranza per fare le riforme necessarie. “Ora è il momento”, scriveva l’Economist. Spiace deludere i nostri amici britannici, ma all’orizzonte i segnali -almeno per quanto riguarda le “caste”- sono scoraggianti. Altre migliaia di giovani italiani preparano già le valigie per fuggire da questo sistema feudale, immeritocratico e relazionale. Chiamato “Italia”.

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