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La “responsabilità sociale” di un Paese

In Meritocrazia on 30 aprile 2009 at 09:00

Un mio caro amico, che si occupa di risorse umane per una importante multinazionale, mi ha esposto una teoria interessante, relativa alla cosiddetta “responsabilità sociale” di un Paese. Lui partiva da un assunto, che contraddice molte (false – sostengo anch’io) teorie, secondo le quali una società “relazionale” presenterebbe un’alta responsabilità sociale. Assioma che si basa sulla supposta evidenza che questo modello di società -alla fin fine- aiuterebbe tutti, grazie a una rete di protezioni (spesso, purtroppo, clientelari). “Protezioni” che poco incentivano l’impegno personale a migliorarsi e a proporsi attivamente, anche sul mercato del lavoro. Invece, secondo lui, è proprio questo tipo di società (il tipico modello italiano, basato su una bassa mobilità, una rete di collocamento relazionale e una tutela del dipendente a tratti eccessiva) a presentare una “bassa responsabilità”. Poiché, disincentivando il lavoratore a migliorarsi e a formarsi continuamente, lo svuota di ogni motivazione, deresponsabilizzandolo. Col risultato che al primo soffio di vento, chiunque perde il posto di lavoro, resta di fatto senza speranze. Al contrario, sostiene lui, una società meritocratica, che sprona il singolo a dare il massimo, a competere e a migliorarsi continuamente, presenta un’”alta responsabilità sociale”. Magari, all’apparenza, offre una minore rete protettiva: ma all’atto pratico, qualora le cose volgessero al peggio, il lavoratore si troverebbe con un bagaglio di esperienze e di know-how capaci di portarlo a reinserirsi più agevolmente nel mercato del lavoro. Ovviamente occorre una maggiore flessibilità anche da parte delle aziende, con una (necessaria) maggiore propensione alla selezione effettiva dei cv come unico (!) canale di ingresso nel mondo del lavoro. Lasciando perdere gli “amici degli amici”. Il mio interlocutore, un po’ sconsolato, mi ha confidato di aver esposto la teoria di fronte a un gruppo di studenti universitari, in uno dei maggiori atenei italiani. Riscontrando, nella maggior parte dei casi, un certo scetticismo. Eh no, ragazzi, così non va. Riflettete ancora sul concetto, please.

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