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Porte Girevoli

In Declino Italia on 16 aprile 2009 at 09:48

Ci sono tanti modi di spiegare perché questo Paese, l’Italia, non sia un Paese per giovani creativi e con la voglia di innovare solo sulla base del proprio merito. Anche nel settore imprenditoriale, quello in teoria (per l’appunto, in teoria…) più aperto alla concorrenza e alla meritocrazia. Mi ha molto colpito l’ultimo libro di Sergio Rizzo, “Rapaci”, da poco sugli scaffali. Che ben racconta come l’intervento pubblico nell’economia italiana sia in costante crescita, a dispetto di qualsiasi logica di mercato. “Il libro racconta […] come il sistema Italia continua a essere tirato a fondo dalla sua pubblica amministrazione, in un mondo in cui la competizione per sopravvivere è già spietata e lo diventerà ancor di più, con una crisi finanziaria globale”, scrive Massimo Gaggi nel presentarlo sul Corriere della Sera. Scandaloso è che in Italia molti comuni creino società esterne per gestire servizi -per l’appunto- pubblici, infilandovi ogni sorta di politico trombato presente sul mercato (mercato asfittico e putrido della politica, non frizzante e dinamico della competizione). Mi ha molto colpito, solo per fare un esempio, l’intervista rilasciata da Paolo Glisenti (ex plenipotenziario della Expo Spa, sostanzialmente fatto fuori per giochi politici) al settimanale L’Espresso: “Mi è stato chiesto se ero disposto ad accettare per tre-quattro posizioni chiave alcuni candidati segnalati dalla politica. Ho risposto che non avevo pregiudiziali, a patto che la scelta avvenisse sulla base del curriculum. Mi è stato detto di no”. Bene, bravi, auguri per il flop annunciato di Expo 2015. In una società dove non prevale il merito ma l’interesse corporativo, il minimo che ci possa attendere è il fallimento. Non va tuttavia meglio nelle imprese private, se è vero -come ripete anche il giornale dell’Università Bocconi Via Sarfatti 25- che “il 60,9% delle società bancarie e finanziarie quotate in Italia vede la partecipazione di concorrenti del proprio azionariato, mentre nell’89,2% dei casi si rilevano interlockings, ovvero la presenza di membri di altre società concorrenti nei propri organi di governo”. Una grande e bella famiglia chiusa all’esterno, dove non servono competizione e concorrenza. Né, tantomeno, giovani manager brillanti, dalla vocazione internazionale, ed esterni al “sistema”. Tutto viene deciso in pochi salotti. Ma ancora per quanto, in un mondo che viaggia a 280 all’ora, contro i 60 km/h della nostra “Fiat 126 Italia”? Non è un caso se Il Sole 24 Ore denuncia come siamo un Paese sostanzialmente chiuso agli investitori esteri: latitano nuovi investimenti e afflussi di liquidità dal mondo esterno. Siamo insomma e sempre di più una palude stagnante, con “old money” e “old faces” nelle leve di comando. E’ ovvio che i giovani migliori se ne scappino. Che restano a fare? Ad attendere decenni per assumere una posizione di comando in una delle poche grandi imprese rimaste? O a pietire raccomandazioni politiche? O, ancora, a provare inutilmente a farsi largo in una microimpresa a gestione familiare?

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