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Easter Break 3

In Meritocrazia on 13 aprile 2009 at 09:00

Negli ultimi giorni, durante la pausa pasquale del blog, ho lanciato questa riflessione-provocazione sul portale professionale Linkedin: ecco una selezione delle migliori risposte.

 

La provocazione. Ho trovato molto interessante e provocatoria la ricerca realizzata da quattro italiani in servizio presso la “London School of Economics”. I quattro, passando al setaccio la carriera di 600 manager del Belpaese, hanno scoperto che solo una minoranza di imprese scelgono i propri manager sulla base della performance e delle selezioni fatte dagli “head hunter”. La maggioranza decide invece sulla base delle relazioni personali. Inoltre nel Belpaese solo il 4% dei manager è straniero, mentre la metà dei manager italiani non possiede alcun titolo di laurea. Un’altra ricerca (“What does a CEO do?”), ha scoperto che i nostri manager prediligono molto i cosiddetti “rapporti”.

Simone: sono un giovane, ma da 10 anni dirigo la mia PMI, che si occupa di sviluppo tecnologico ed ha rapporti con imprese estere nello stesso settore. In Italia la formazione ha poca importanza perché fa pena. Le università, escluse rare eccezioni, non preparano a nulla in particolare. Una formazione sul campo, meglio se integrata da corsi ad hoc, tanta passione e da un valido mentore, valgono purtroppo molto di più di una qualsiasi laurea in questo Paese. Ben diversa è la situazione all’estero. Sulle conoscenze e relazioni personali: io non ho un pregiudizio rispetto alle “conoscenze”, ma ritengo dovrebbero essere una metrica aggiuntiva e secondaria rispetto alla performance. Tuttavia, di nuovo, questo si applica al lato non sottosviluppato del nostro pianeta. L’Italia non vi rientra, almeno da un punto di vista cultural-lavorativo. Qui infatti vige il principio mafioso della conoscenza prima di tutto, della paura dello sgarbo fatto alla persona sbagliata, del credito di favori.

Yuri: A mio parere non e’ tanto sconvolgente sapere cosa o come si comportano i manager italiani, perché presumo si comportino come le usanze e abitudini richiedono o permettono. La cosa sconvolgente e’ che queste usanze di tessere fitte trame di relazioni sono radicate nella cultura e nella vita generale degli italiani. Non posso generalizzare, ma anche qui negli Stati Uniti non pensare che stiano tutti in ufficio a sgobbare o che solo i più in gamba vadano avanti in carriera. Qui sembra si lavori “spesso” più che “molto” e se l’americano sta 8 ore in ufficio a far quadrare uno spreadsheet non significa che lavori meglio dell’italiano che incontra il cliente al bar. La teoria vincente e’ rispecchiata nell’economia e nella cultura generale di una nazione. E qui non faccio commenti.

Rossella: Non sono tanto ottimista sulla professionalità italiana. Dopo varie esperienze in società di consulenza ho infatti deciso di venire in Francia. Per risponderti credo che il tessere relazioni e impegnarsi poco nell’operatività sia una condizione comune a tutti i manager e questo sbilanciamento si amplifica sempre più, man mano che si cresce di grado all’interno dell’azienda. Un altro conto però è il metodo di screening e di assunzione, in cui innegabilmente in Italia le relazioni di qualsiasi tipo sono preferite rispetto a un mero curriculum professionale. Se ti conosco, ti posso controllare meglio, se sei di default dalla mia parte. Non credere però che sia una logica solo italiana. Qui in Francia si assume solo per circoli, e all’interno delle aziende c’è una vera e propria spartizione.

Giorgio: Questa ricerca potrebbe perfettamente essere riferita alla Cina, Paese dove le connessioni sono tutto. Dipende sempre da chi si prende a modello: USA, Europa o Asia? Personalmente io, nel mio lavoro in Cina, tendo a non frequentare la business community italiana, troppo chiusa rispetto a quella europea o Statunitense…. Però un commento è d’obbligo: il voto di laurea non c’entra niente con le effettive capacità, infatti è solo in Italia che lo guardano attentamente, tralasciando aspetti più importanti.

Emma: Chi ha girato un po’ per il mondo dice che i cinesi e gli italiani hanno tantissime cose in comune.