sergionava

Manager meritocratici in fuga

In Declino Italia on 1 aprile 2009 at 00:25

Ritengo sempre estremamente interessanti le analisi e gli sguardi “esterni” sull’Italia, soprattutto quando sono scritti da giovani espatriati. I quali possono permettersi un grado di giudizio più indipendente su un Paese che, rebus sic stantibus, è condannato al declino. L’ultima indagine, apparsa lo scorso weekend su Repubblica, è illuminante: realizzata da quattro ricercatori connazionali in servizio presso l’autorevole “London School of Economics”, dipinge un ritratto impietoso della nostra classe dirigente. “Italian managers: fidelity or performance”: già dal titolo è tutto un programma. Lo scopo è comprendere come un capitano d’industria nomini i suoi “ufficiali”. La conclusione è inquietante: i quattro, passando al setaccio la carriera di 600 manager italiani (121 gli “ad”), hanno scoperto che solo una minoranza di imprese (quelle, guarda caso, a vocazione multinazionale) scelgono i propri manager sulla base della performance e di selezioni fatte dai cosiddetti head hunter. La maggioranza (tutte le altre, insomma) decidono sulla base delle relazioni personali. Relazioni, così pare, quantomeno della peggior specie. Scordatevi insomma quelle anglosassoni… o voi puristi della raccomandazione “british”: in Italia parliamo di compagni di liceo, amici, ecc.. Il confronto col mondo civilizzato che emerge dalla ricerca è come al solito devastante: nel Belpaese solo il 4% dei manager è straniero, la metà di loro non possiede alcun titolo di laurea, e se ce l’ha è lontana dalla lode. L’autore dell’articolo, con un semplice raffronto sui dati, individua nella Parmalat di Calisto Tanzi il modello-tipo dell’azienda italiana. Infatti, parliamo anche di uno dei maggiori crac nella nostra storia imprenditoriale: tutti nati a Collecchio, tutti figli o nipoti ai piani alti societari, con un padre-padrone al vertice. E tutti, orgogliosamente, ragionieri. Il giornalista, sulla base di un’altra ricerca (“What does a CEO do?”), in fase di conclusione, nota come una selezione per merito spinga normalmente più in alto la performance del manager-tipo. Ma, per l’appunto, il merito in Italia è considerato un optional anche dall’impresa. E i manager si adeguano: per il 25% del loro tempo (ben un quarto…!) incontrano consulenti esterni all’azienda, vedono investitori, banche, fornitori, politici. Tessono insomma la loro fitta trama di relazioni. Non passano quindi ore in ufficio a sgobbare, come prassi richiederebbe. Prediligono i “rapporti”. La conclusione è tanto vera quanto amara: “In mezzo restano aziende che non brillano più da oltre un decennio, lavoratori che ne pagano le conseguenze, un marchio, “Made in Italy”, appannato. Segnali di un’inversione di tendenza? Nessuno. Hai una laurea con il massimo dei voti, un carattere indipendente, non sei propenso alle relazioni pubbliche, tendi a dire quel che pensi e a contrastare chi ti paga per il bene comune? Non pensare di fare il manager in Italia. Al limite vai all’estero”. Lo dicono persino le ricerche internazionali: giovani manager italiani, espatriate.

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