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Vergogna!

InDeclino Italia su 19 giugno 2013 a 09:00

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Dopodomani il Governo varerà l’attesissimo pacchetto per il lavoro e l’occupazione giovanile. Il premier Enrico Letta ne ha fatto un punto d’onore dei suoi primi mesi di lavoro, e gli va riconosciuto che la strategia del doppio binario Italia-Europa ha quantomeno sollevato, per ora, una discreta attenzione sulla piaga che infesta da oltre un decennio questo Paese, nel disinteresse generale.

Si parla, per venerdì, dell’introduzione di un “bonus assunzioni”, che defiscalizzi di fatto i nuovi impieghi per gli under 30. Si parla anche di ritocchi alla Legge Fornero, che potrebbero però riaprire la porta agli abusi dei contratti a termine, su cui in troppi hanno lucrato negli ultimi anni. Si parla di una semplificazione dell’apprendistato, un’istituzione che sinceramente pare ormai superata per le professioni qualificate (all’estero i nostri laureati e “masterizzati” li assumono direttamente, se qui continuiamo a chiamarli “apprendisti” rischiamo di sminuirli un po’ troppo, anche in termini di stipendio…)

Staremo a vedere: già sabato il Ministro dell’Università Maria Chiara Carrozza ha dato un primo segnale interessante, con lo sblocco dell’assunzione di 1500 ricercatori e 1500 docenti nelle nostre università.

A questo punto vi chiederete: perché il titolo “Vergogna!”, nel “post”? Che c’entra?

L’occasione ce la fornisce, per l’appunto, la “vergognosa” notizia, secondo cui -grazie a una sentenza della Consulta- i baroni universitari (non ce la sentiamo proprio di chiamarli “professori”… questi sono semplicemente degli anacronistici “baroni”), potranno continuare a lavorare anche dopo i 70 anni. Per almeno un altro biennio.

Basta compilare una richiesta motivata (da cosa?) e presentarla in ateneo: un compiacente Senato Accademico, zeppo di complici cariatidi, non farà ovviamente problemi, affinché il caro collega resti in servizio, ad esercitare con gioia il proprio potere, per altri due anni.

E’ ovviamente esplosa una rivolta tra i giovani ricercatori in diverse università, tra cui Bologna.

Questo è il più classico esempio di un Paese dove non bastano le leggi, a cambiare le cose. Bisogna cambiare la mentalità, svecchiare un certo modo di gestire il sistema, rimuovere i vecchi schemi di potere baronali, per introdurne di nuovi, meritocratici.

Ai baroni universitari, molti dei quali ricordo ancora assisi sulle loro auguste cattedre a guardarci con disprezzo nei miei anni universitari, lancio un solo messaggio: “Go Home. It’s over!

“L’Impresa di Innovare” – Oggi a Santa Margherita Ligure

InMeritocrazia su 7 giugno 2013 a 09:00

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Nell’ambito del Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Sergio Nava modera un workshop sull’importanza dell’innovazione all’interno delle imprese. Non solo imprese web o internet. Ma anche imprese “tradizionali”.

Quanto attraverso l’innovazione dei processi produttivi, attraverso la ricerca e lo sviluppo, attraverso la valorizzazione del capitale umano qualificato… possiamo, alla fine, contribuire a trattenere nella Penisola i nostri migliori talenti?

WORKSHOP – L’IMPRESA DI INNOVARE: una storia di innovatori tradizionali o di tradizioni innovative?
L’innovazione non è patrimonio esclusivo del mondo digitale, né figlia della scoperta del momento: è frutto di una lunga pianificazione, sulla quale molte aziende in Italia hanno costruito il proprio business. Ascolteremo le avventure di imprenditori che in modi diversi hanno fatto dell’innovazione un fattore distintivo. Poi, dibattito tra platea e testimonial.

+Bastano le scuse?+

InFuga dei giovani su 5 giugno 2013 a 09:00

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Siamo rimasti indietro di 25 anni. L’Italia di oggi è la prosecuzione ideale dell’Italia del 1988. Un’Italia pre-caduta muro di Berlino, un’Italia dominata ancora dal pentapartito, un’Italia figlia del boom drogato dal debito degli anni ’80, un’Italia già corrotta e in crisi… pur non sapendo di esserlo.

A tracciare il drammatico paragone è stato addirittura il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, nelle Considerazioni Finali di venerdì scorso. L’analisi di Visco è impietosa, e tratteggia il fallimento di un’intera classe dirigente “zerotitoli”: ”non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi 25 anni”. Basterebbe questa semplice frase per mostrare il cartellino rosso a un intero sistema-Paese, che ha affossato quella che un tempo era la nazione del boom economico. Una classe dirigente provinciale, inetta, corrotta fin nel midollo, impegnata solo a spolpare l’osso, senza preoccuparsi di disegnare strategie per il futuro. Impegnata solo a produrre replicanti, sottoforma di raccomandati o cooptati, capaci unicamente di peggiorare ulteriormente il modello gestionale del Paese. Anche perché persino più mediocri di chi li aveva prodotti.

Intanto i migliori giovani outsider emigravano a decine di migliaia. Non da ieri. Ma da almeno 15 anni. E non solo ricercatori: a emigrare sono state tutte le categorie professionali.

Visco prende atto del fallimento e incalza: ‘non bisogna avere timore del futuro, del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti. Occorre consapevolezza, solidarieta’, lungimiranza‘.

Fuori dai Palazzi, la situazione appariva sempre più fuori controllo: le ultime stime sulla disoccupazione giovanile facevano segnare un record assoluto, col 40,5% di giovani senza lavoro ad aprile. Un ulteriore segnale di una situazione ormai emergenziale. Una situazione al limite, frutto -ancora una volta- del fallimento totale di un intero sistema di potere. Ancora più che della crisi. Siamo onesti…

In quei giorni, e nei giorni successivi, la politica ha provato a lanciare segnali positivi. Segnali che qualcosa è realmente cambiato. Che ora il problema della fuga dei talenti (vogliamo smetterla una volta per tutte di chiamarla “dei cervelli”? Non si tratta solo di ricercatori, qualcuno lo vuole capire?) è un problema nell’agenda del Governo e della classe dirigente che sta provando a traghettare l’Italia fuori dalle secche.

La fuga dei cervelli dal nostro Paese e’ una perdita secca per l’Italia, anche perche’ l’Italia si accolla il costo della formazione di questi giovani fino alla laurea, e poi deve deprivarsi di queste fondamentali energie“, ha dichiarato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Tg5. Parole che fanno il paio con quelle, altrettanto recenti, del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.

Si è spinto oltre il premier Enrico Letta, primo firmatario della Legge Controesodo per il rientro in italia degli under 40 espatriati per motivi di lavoro o studio. Rispondendo a un lettore del quotidiano “La Stampa”, che aveva condensato in una bellissima lettera tutta l’amarezza per l’imminente addio a un amico in partenza per Singapore, Letta ha risposto: “ai giovani devo prima di tutto delle scuse. Le scuse a nome di una politica che per anni ha fatto finta di non capire e che, con parole, azioni e omissioni, ha consentito questa dissipazione di passione, sacrifici, competenze. L’ho detto nel mio discorso per la fiducia alle Camere: siamo tutti coinvolti. Perché la rappresentazione che Antonio fa di noi è dolorosamente vera. Perché quando a generazioni intere vengono strappate la speranza e la fiducia – non d’impeto, ma peggio ancora: lentamente, giorno dopo giorno – non c’è alibi o dissociazione personale e politica che tenga”.

Riconosciamo a Letta un merito: appena insediato ha portato in Europa la bandiera della lotta contro la disoccupazione giovanile. Lo ha fatto nell’interesse continentale, ma con un chiaro occhio di riguardo rivolto alla disastrosa situazione italiana.

A Letta lanciamo un messaggio: le scuse a nome di un’intera classe dirigente politica zerotitoli possono essere gradite, ma non sufficienti. Dopo aver creato lavoro, dopo aver fatto tornare i nostri giovani talenti dall’estero (se mai ci riusciremo), occorrerà un ultimo, fondamentale passo. Mi rendo conto di quanto sia sgradevole, per una buona parte della attuale classe dirigente. Ma è un passo necessario e fondamentale: eliminare e fare piazza pulita di quella pletora di inetti, raccomandati e cooptati che siedono in troppe stanze dei bottoni. Senza quest’ultimo necessario passo, tutti i precedenti si riveleranno inutili. Rischieremmo solo di tornare, come nel gioco dell’oca, alla casella di partenza. Che, per l’Italia, significherebbe l’anticamera del baratro.

Back to basics: al primo posto la meritocrazia… per tutto il resto non ci deve essere più posto.

Talenti: Ripartire dalla Scuola

InLettere e Proposte su 21 maggio 2013 a 09:00

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Anna Maggi, una delle proponenti del “Manifesto per rendere l’Italia un Paese delle Opportunità per i Talenti” (che abbiamo reso noto la scorsa settimana, CLICCA QUI PER LEGGERLO), ci ha inviato una nota integrativa dei punti 5 e 6, cui lei ha contribuito attivamente. Lo ha fatto sottoforma di lettera, che ci ha inviato per e-mail. Lettera che pubblichiamo molto volentieri. Da leggere con attenzione:

“Uno dei problemi dell’Italia, su cui pone l’accento questo blog, e’ la mancanza di una cultura capace di riconoscere e valorizzare i talenti delle persone, che spesso trovano più agevole esprimersi all’estero. Eppure, la formazione e la preparazione ricevuta all’interno del nostro sistema scolastico pare sia stata finora più che adeguata, visto che i nostri giovani vengono richiamati a ricoprire incarichi di prestigio da ogni dove. Possiamo vantare un sistema scolastico che, se confrontato con quello di altri Paesi, lascia ad ogni studente abbastanza tempo per scoprire le proprie inclinazioni e i propri personali talenti. Eppure, nei talenti dei nostri giovani sembriamo non crederci.

Come sopperire a tale carenza di una cultura della valorizzazione dei talenti?

E’ dalla scuola che, a mio giudizio, occorre ripartire, per formare una nuova classe dirigente, dotata di una mentalità più moderna, per il nostro Paese. Occorre investire più risorse nella scuola, ma è necessario anche acquisire la capacità di spenderle meglio.

Come?

Ritengo sia prioritario creare le condizioni per l’affermazione, all’interno del corpo insegnante e della scuola italiana, di una cultura capace di valorizzare i talenti di ciascuno e di renderne possibile la piena espressione.

A tal fine trovo necessarie le seguenti misure:

1. Maggiore attenzione per le risorse umane della scuola.

Occorre ripensare il sistema di reclutamento degli insegnanti delle scuole statali, che ha finora riconosciuto in via prioritaria il cumulo degli anni di anzianità di servizio e non ha considerato la motivazione, le competenze didattiche e pedagogiche realmente acquisite, oltre ai  titoli e alle esperienze di insegnamento  acquisite all’estero, anche se in altri ambiti. Trovo che la chiamata diretta di docenti adeguatamente formati, se accompagnata da una seria e approfondita valutazione permanente del loro operato, riporterebbe al centro dell’attenzione il diritto degli studenti di ricevere un’istruzione di qualità, più che la salvaguardia di diritti acquisiti soltanto in nome dell’anzianità. Ci vorrebbe, all’interno di ogni scuola, una persona responsabile della selezione, della crescita professionale e della valutazione dei docenti.

2. Uscita dall’autoreferenzialita’.

 E’ necessario incoraggiare e normare la mobilità europea dei docenti sia in fase di formazione che di servizio, per favorire il confronto e lo scambio con le migliori pratiche a livello comunitario e per ampliare il bagaglio di competenze e conoscenze in circolazione nella scuola italiana”.

+Manifesto: Italia come Paese delle opportunità per i Talenti+

InLettere e Proposte su 14 maggio 2013 a 09:00

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Davvero una gran bella serata, quella di giovedì scorso al Festival della Cultura di Bergamo: insieme a quattro giovani talenti italiani abbiamo ragionato, in assoluta libertà e senza preconcetti, su come rendere l’Italia un “Paese delle opportunità per i talenti”.

Insieme a noi c’erano: Claudia Ferrazzi -Administrateur général adjoint Musée du Louvre (Parigi) , Alberto Trussardi -Talent Garden (Bergamo) , Giacomo Cavalleri -Creative Director IDF (tra Italia, UK ed Usa), Anna Maggi – insegnante e scrittrice (“controesodata” dalla Germania all’Italia).

Insieme a loro abbiamo stilato un Manifesto in dieci punti, su come rendere l’Italia un Paese delle Opportunità: negli ultimi due punti troverete anche le proposte che ci ha inviato per e-mail l’ottimo Dario Dall’Oste, amico de “La Fuga dei Talenti” e manager in Lussemburgo.

L’invito è: FATELO GIRARE, SHARE IT!

+++MANIFESTO PER UN’ITALIA PAESE DELLE OPPORTUNITA’ PER I TALENTI+++

1) CLAUDIA FERRAZZI: I “senior” devono incoraggiare i giovani. Prevedere a livello aziendale un bonus per i senior che dimostrino di aver formato almeno un giovane, inserendolo e facendolo crescere nell’impresa;

2) FERRAZZI: dividere tra padre e madre un “congedo di genitorialità”, che renda possibile ripartire equamente -tra uomo e donna- i carichi nella cura del figlio;

3) ALBERTO TRUSSARDI: creare un humus imprenditoriale in Italia, che faciliti la nascita di start-up;

4) TRUSSARDI: rendere sempre più accessibili i fondi di investimento per le nuove imprese;

5) ANNA MAGGI: maggiori investimenti in scuola e cultura;

6) MAGGI: maggiore capacità di identificazione delle giuste modalità di spesa, migliore spesa pubblica;

7) GIACOMO CAVALLERI: creazione di spazi dedicati per lo sviluppo della creatività dei giovani artisti;

8) CAVALLERI: revisione completa delle leggi attualmente in vigore per i liberi professionisti, affinché anche i giovani professionisti possano godere delle stesse coperture previste per chi lavora in modo dipendente;

9) DARIO DALL’OSTE: Consideriamo tutti gli attori del processo. Dati 10 euro di risorse disponibili, allochiamone 4 per le persone che rientrano e 6 per le aziende che assumono;

10) DALL’OSTE: Valorizziamo per davvero chi lo merita. Mettiamo dei requisiti non solo per chi rientra in Italia, ma anche per chi assume al fine di usufruire delle agevolazioni.

 

 

+Oggi – Festival della Cultura di Bergamo / Ore 18+

InGiovani Italians su 9 maggio 2013 a 09:00

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Stasera vi aspetto a Bergamo, per un incontro che cerca di ribaltare un po’ la prospettiva… Non parleremo solo di “fuga dei talenti” in senso stretto.

Cercheremo di chiederci come rendere il nostro un Paese delle opportunità, un Paese dove accade qualcosa, dove i giovani restano per costruire… e i talenti stranieri immigrano, attirati non solo dal bel clima e dal buon cibo. Ma anche e soprattutto perchè vedono -nell’Italia- un Paese dove investire.

Vi aspetto!

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Incontro Italia: Un paese delle opportunità per i talenti? Conduce il giornalista Sergio Nava

h 18.00 Libreria Articolo-21 Legami (Bergamo)

CLICCA QUI PER IL LINK DIRETTO ALL’INCONTRO

Italia, giovani, mercato del lavoro, talento, merito. Sempre più giovanni emigrano all’estero per trovare maggiori opportunità professionali, come dimostrano le ultime statistiche. Si tratta molto spesso di laureati, appartenenti a tutte le categorie professionali. Provenienti dal Nord e dal Sud del Paese. E’ un’emigrazione di élite, lontana anni luce da quella degli inizi del XX° secolo. Ma perché questi talenti abbandonano l’Italia? Cosa dovrebbe cambiare nel nostro Paese affinché restino o ritornino?
Altri invece restano e provano a cambiare dal basso l’Italia, con la creatività, l’innovazione e l’impresa. Altri ancora rientrano dopo anni oltreconfine, per scommettere sul proprio Paese.

Tutti, però, vorrebbero poter vedere trasformata l’Italia in un “Paese delle opportunità” Come? Quali proposte concrete per rendere l’Italia un Paese di “circolazione dei talenti”? Testimonianze di giovani italiani in fuga dal nostro Paese alla ricerca di un’affermazione professionale che nei confini nazionali non trova realizzazione, ma anche storie di giovani che decidono di restare in Italia e riescono ad emergere. Il Festival Internazionale della Cultura di Bergamo lancia un Manifesto.

Coordinatore incontro: Giuliano Zanchi.

Intervengono: Claudia Ferrazzi -Administrateur général adjoint Musée du Louvre, Alberto Trussardi -Talent Garden, Giacomo Cavalleri -Creative Director IDF, Anna Maggi -insegnante e scrittrice.

In apertura dell’incontro breve “francobollo musicale” a cura degli studenti dell’Istituto Superiore di Studi Musicali “Gaetano Donizetti”.

“Francobollo Musicale”
Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1795)
Divertimento K. 138 in fa mag
Allegro – Andante – Presto

QUARTETTO JUNIOR
1° violino – Elisa Franzini
2° violino – Alessandro Zambon
Viola – Tessa Rippo Matteis
Violoncello – Benedetta Giolo

Letture Pasquali – Consigli de “La Fuga dei Talenti”

InLettere e Proposte su 31 marzo 2013 a 09:00

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Qualche consiglio di lettura, per una Pasqua “informata”. Oggi vi parliamo di tre libri, tutti di recente uscita:

-”L’Italia che non cresce“, di Alessandro Rosina (Laterza Editore): un libro utile a smontare molti dei luoghi comuni sul perché l’Italia non cresca. Un libro che va controcorrente: in un Paese dove -quando le cose vanno male- è sempre colpa di qualcun altro, forse è giunto il momento di una “operazione verità”, utile a chiamare per nome e cognome le reali cause del declino. Perché dare la colpa agli altri è facile, ma è pure sinonimo di debolezza e incapacità di azione. Prendere il toro per le corna è la vera sfida che attende il Paese.

-“Chi troppo chi niente“, di Emanuele Ferragina (Bur Edizioni): Emanuele Ferragina è uno dei fondatori della “Fonderia Oxford”, un gruppo di giovani accademici italiani al lavoro in una delle più prestigiose università inglesi. Una denuncia nero su bianco, quella di Ferragina, sul perché essere un Paese marchiato da profonde diseguaglianze sociali, con gli ascensori sociali bloccati, e “caste” di privilegiati che difendono l’indifendibile, rappresenti in primis un danno economico per il Paese, al di là delle motivazioni ideologiche.  Un Paese eternamente diviso tra “chi può” e “chi non può” non va da nessuna parte. Ferragina propone -da Oxford- la sua ricetta.

-”Io vi maledico” di Concita De Gregorio, (Einaudi): storie da un Paese che ha smesso di essere un Paese delle opportunità. All’interno, un capitolo è dedicato alle storie di giovani italiani all’estero. Da leggere.

Buona Pasqua!

Iniziativa #Zerotitoli – Stop all’incompetenza della classe dirigente

InLettere e Proposte su 27 febbraio 2013 a 09:00

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Le recenti vicende di cronaca hanno messo sotto il naso di tutti quanto sospettavamo ormai da tempo, in merito alla “competenza” della presunta classe dirigente italiana: semplicemente, questa “classe dirigente” non ha titoli. E anche quando li produce, c’è il rischio che siano millantati.

Il caso del giornalista Giannino, che è riuscito nella non facile impresa di far credere per anni di avere non una, ma due lauree (!), oltre che un Master all’estero (addirittura a Chicago, addirittura nello stesso ateneo del collega di partito Luigi Zingales – che l’ha fortunatamente smascherato), fa il paio con un altro caso di cronaca.

Ovviamente diverso per gravità e tipologia, ma altrettanto significativo. Quello, passato molto più in sordina, di Giuseppe Biesuz, indicato dalla Regione Lombardia nel 2008 come direttore generale delle Ferrovie Nord Milano, dopo aver vinto un concorso. A dicembre 2012 Biesuz, 51 anni, viene arrestato per bancarotta. Nel corso dell’inchiesta, si scopre che aveva vinto il concorso pubblico producendo un’inesistente Laurea in Economia e Commercio (mica puoi nominare un semplice diplomato a quella posizione, quindi una laurea -anche finta- serviva). Lasciamo infine perdere il fatto -come denuncia l’articolo de “La Repubblica”, dal quale abbiamo attinto queste informazioni- che Biesuz avrebbe persino sbianchettato otto lievi precedenti penali dal curriculum.

Episodi che fanno il tris con la laurea “albanese” del figlio di Umberto Bossi: episodi che rappresentanto la spia del’allarme rosso di una classe dirigente italiana “Zero Titoli”. Dobbiamo ricordare come, sulla base di alcune statistiche riportate anche su questo blog, metà dei manager italiani non sono neppure laureati? Metà!

Prima che qualcuno avanzi la solita (e forse corretta, sotto certi punti di vista) critica, secondo cui la differenza tra le reali capacità delle persone non la fa un pezzo di carta (ma perché poi le lauree, allora poi le millantano, se non servono a nulla?), vorrei ricordare che questa classe dirigente anziana e senza titoli che guida il Paese non è certo l’unica alternativa che abbiamo.

All’estero (e anche in Italia) abbiamo una classe dirigente potenziale che vanta fior di lauree e Master, oltre a esperienze vere di lavoro e studio all’estero, che tutti i personaggi precedentemente citati hanno probabilmente visto solo col binocolo. L’alternativa c’è, esiste. Peccato solo che questa alternativa, questa classe dirigente titolata e potenziale, la facciamo scappare da oltre 20 anni fuori dai nostri confini. E se resta qui la reprimiamo, le tagliamo le ali, per paura che cambi troppi cose, che sovverta uno “status quo” che ormai emana una puzza cadaverica, tanto è marcio…

Qui resta insomma solo una classe dirigente “zero titoli”, che in 20 anni ci ha fatto retrocedere in tutte le classifiche internazionali. Tutte. Mentre i nostri assi nella manica lavorano fuori, arricchendo con le loro competenze Paesi stranieri. Complimenti…

+++DA QUI L’INIZIATIVA, CUI INVITO TUTTI I LETTORI DEL BLOG AD ADERIRE+++

Un’iniziativa social, alla quale chiamo tutti a raccolta: più si è, più si riesce a far passare il messaggio:

FACEBOOK - “postate” sui vostri profili il seguente messaggio: “No agli incompetenti alla guida dell’Italia. Io la mia laurea -vera- me la sono sudata. Le mie esperienze -certificate- di studio e lavoro all’estero le ho fatte. Fuori gli #zerotitoli dall’Italia! Riportiamo a casa i nostri veri #talenti!

TWITTER: l’hashtag di riferimento è #zerotitoli

Spread the word!!!

La ricerca? Meglio fare il lampredotto…

InDeclino Italia su 3 febbraio 2013 a 09:00

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Eccezionale video-denuncia della sezione Report Time di Corriere.it: in un Paese che, per effetto combinato del calo demografico e della sempre minore spendibilità della laurea sul mercato del lavoro, perde decine di migliaia di matricole universitarie, anche chi vorrebbe restare a fare ricerca in ateneo si vede costretto a cambiare -drasticamente- settore di lavoro.

Resta la domanda: con queste premesse, quale futuro ha l’Italia?

Grazie a Marco, del gruppo Facebook “La Fuga dei Talenti”, per la segnalazione!

CLICCA SUL VIDEO PER SAPERNE DI PIU’

 

 

Classe Dirigente “Zero Tituli” e Campioni Nazionali all’estero

InDeclino Italia su 30 gennaio 2013 a 09:00

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La recente vicenda del Monte dei Paschi di Siena, se mai ce ne fosse stato bisogno, racconta il “B Side” di una classe dirigente italiana che non ha davvero più nulla da invidiare a quella di un qualsiasi Stato del Terzo Mondo. Quando le varie classifiche internazionali sulla corruzione o sulla trasparenza, o sulla competitività, ci collocano allo stesso livello del Botswana o del Ruanda… dobbiamo solo dare loro ragione.

Stridente paradosso, quello di un Paese che tanta eccellenza ha prodotto nella storia, al punto da divenire un “brand” nel mondo… con una classe dirigente che ha fallito tutto. Ha fallito nella politica (non c’è bisogno di aggiungere altro), nell’imprenditoria (a parte pochi campioni nazionali e tante medie imprese che lottano contro tutto e contro tutti per innovare, il resto è un groviglio di Pmi che rischiano presto l’uscita dal mercato globale), nelle professioni (rimaste incardinate a degli Ordini sepolcrali e antistorici), nella cultura (siamo riusciti a distruggere quanto di bello avevamo, non era facile)… e perché no? Anche nel giornalismo. Appiattito e asservito al potere. Qualsiasi esso sia. Solo per citare alcuni casi emblematici.

E’ come prendere l’Inter del Triplete di Mourinho e darla in gestione a Oronzo Canà. Avrebbe mai vinto scudetto, Champions League e Coppa Italia?

E’ un’Italia in profonda crisi strutturale da oltre 20 anni, che continua a chiedersi dove ha sbagliato. Il problema è che a chiederselo sono gli stessi che l’hanno rasa al suolo. La vicenda Mps è sconcertante: racconta il microcosmo di un’intera città, dove tutti erano amici di tutti, nel nome di una spartizione delirante delle risorse di una banca con oltre 500 anni di storia. Dove, dietro il paravento di una rispettabile istituzione, qualsiasi corrente di potere, di centrosinistra, di centrodestra, dei massoni o religiosa, pretendeva e otteneva soldi e potere. Alla faccia di qualsiasi logica di libera competizione e concorrenza. Il sistema ha retto finché ha potuto, nascondendo il marcio sotto lo zerbino. Poi è esploso tutto.

Il simbolo più lampante di una classe dirigente italiana da “zero tituli”, classe dirigente che negli ultimi 20 anni non ha vinto nulla. Anzi: ci ha fatto retrocedere in tutte le classifiche mondiali. Davvero incredibile: con la cultura calcistica che abbiamo, li avremmo esonerati dopo due mesi, se solo si fosse trattato di calcio… Altro che 20 anni!

Invece, mentre questa classe dirigente perdeva tutte le partite della storia, mandando in campo una massa di incapaci, incompetenti, mediocri e raccomandati, noi spedivamo i giovani talenti del nostro vivaio all’estero, dove -come insegnano decine e decine di storie pubblicate su questo blog- vincevano trofei a ripetizione. Portando a casa Champions League su Champions League. Ovviamente con una squadra straniera. I talenti che rimanevano qui, soffrendo, li lasciavamo in panchina. “Chi ti manda?” “Nessuno“… “Allora aspetta il tuo turno“. Che ovviamente non sarebbe mai arrivato.

Il futuro, se vogliamo evitare l’ultima e definitiva retrocessione, per cominciare magari a risalire di qualche categoria, passa dal richiamare questa classe dirigente da “Champions” qui. Affidando a loro e ai “panchinari-eroi” finora rimasti le leve del potere. Trasformandoli in classe dirigente. Punto. Senza compromessi. Chi ha sbagliato deve pagare. Tabula rasa.

Il futuro, aggiungo, passa per un ribaltamento radicale dei modelli. Il VINCENTE, in Italia, non è il raccomandato, il mediocre, il furbo, l’evasore fiscale, l’amico dell’amico, l’ignorante, il ladro. Quello è un PERDENTE.

Il vero VINCENTE, cari connazionali, è chi ha talento, chi gioca rispettando le regole, l’outsider, chi paga le tasse, chi ha investito in formazione, chi rischia e innova.

Finché non operiamo questa radicale trasformazione di punto di vista continueremo ad essere un “Paese ZERO TITULI”.

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