sergionava

Archivio per la categoria ‘Meritocrazia’

…e l’Italia di domani!

InMeritocrazia su 31 maggio 2012 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO “FOLLOWING” IN FONDO A QUESTA PAGINA!

L’Italia di domani è quella che intravediamo in certe dichiarazioni. O in certe notzie, che appaiono qua e là. Un’Italia embrionale: in quanto tale fragile, a rischio di non “sbocciare” mai. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. E crederci.

-In questo senso , potrebbero essere -se ben investiti- una risorsa importante gli otto miliardi in fondi strutturali, che il Governo sembra intenzionato a sbloccare per l’occupazione dei giovani. Un pacchetto di cui potrebbero beneficiare ben 128.300 destinatari, coinvolgendo altri 28mila giovani stranieri, che potrebbero trovare interessante e attrattivo venire a lavorare nel Belpaese. Stavolta, non solamente per clima e cibo. Aggiungo che i dati annunciati da Mario Monti corrispondono a quelli della Commissione Europea, in una tabella recentemente presentata dal presidente José Barroso. E’ dunque uno sforzo europeo. E potrebbe rappresentare una garanzia in più. Speriamo.

-Anche l’annunciata riforma del merito, promessa sempre dal Governo, appare un’iniziativa interessante. Cominciare a introdurre degli elementi di competizione reale, in cui si fa passare il messaggio che vince il migliore, che non si è tutti uguali (messaggio sbagliatissimo – come insegna la storia di questo Paese, quelli più “uguali” degli altri, in quanto figli o parenti di, ci sono sempre. E -chissà perché- vincono sempre).

-Infine, un segnale che arriva addirittura dal New York Times: il giornale racconta il caso, già noto in Italia, della candidatura di Stefano Quintarelli a presidente dell’Agcom. Il NYT, con un’analisi che pochi hanno finora avuto il coraggio di fare, giunge alla conclusione che l’innovazione tecnologica in Italia sia stata fortemente rallentata dagli interessi di parte dell’ex-premier Silvio Berlusconi, impegnato a difendere la personale rendita di posizione delle sue televisioni. E quindi tendenzialmente ostile a un web più potente. E inevitabilmente libero. Analisi che potrebbe fare anche un bambino di quinta elementare: ma in Italia manca ancora il coraggio a dire certe cose. Ora però, la novità assoluta di un presidente che potrebbe essere scelto per curriculum e competenze, anziché la solita manfrina cooptativa delle trattative dietro le quinte della politica, stupisce persino gli americani. Che gridano -quasi- al miracolo, vedendoci per una volta come un Paese che potrebbe selezionare per merito, anziché mediante le solite logiche mafiose di clan e appartenenza. Quelle stesse logiche che hanno contribuito a formare una classe dirigente di inetti.

Chiudiamo la trilogia con un appello: quali altri segnali di “Italia del domani” state vedendo o avete visto, intorno a voi? Il cambiamento, sottoforma di merito e talento, sta arrivando? Scrivete, a: fugadeitalenti@gmail.com

Meritocrazia

InMeritocrazia su 26 aprile 2012 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO “FOLLOWING” IN FONDO A QUESTA PAGINA!

“Meritocrazia” – by Bruno Bozzetto

Le nuove “Modest Proposals”

InMeritocrazia su 8 febbraio 2012 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO “FOLLOWING” IN FONDO A QUESTA PAGINA!

459.000: è il numero di giovani disoccupati italiani, secondo il rapporto che il presidente della Commissione Europea José Barroso ha presentato ai 27 leader UE, nel corso dell’ultimo summit a Bruxelles. Si tratta di un numero ovviamente al ribasso. In primo luogo, perché tiene conto solo degli under 25, mentre ormai -come ben sappiamo- la nozione di “giovane” in Italia si estende almeno fino a dieci anni oltre. In secondo luogo, perché temo non tenga conto neppure degli inattivi, di chi cioè il lavoro ha smesso proprio di cercarlo. E sono tanti.

Siamo certamente monitorati da vicino da Bruxelles: fortunatamente l’Europa, seppure con un po’ di ritardo, ha compreso la portata della crisi giovanile nel Continente. Proprio la Commissione Ue invierà nei Paesi più colpiti (quali l’Italia) una task force sull’impiego giovanile, per progettare -insieme al Governo- l’utilizzo in questa chiave degli otto miliardi di fondi strutturali non spesi (cui aggiungere la quota di co-finanziamento nazionale, che di fatto raddoppia la cifra a 15-16 miliardi). Soldi nuovi, soldi “dimenticati” da chi avrebbe dovuto occuparsi di investirli nella crescita delle aree più arretrate… soldi ora maledettamente utili per contrastare questa “piaga”, come l’ha definita lo stesso premier Mario Monti.

Per dare l’idea di come ci siamo ridotti, per dare l’idea di quanto ormai apparteniamo alla “Serie B” dell’Europa (con rischio di retrocessione nella “Serie C”), elenchiamo i Paesi con i quali condividiamo la task force: Grecia, Spagna, Slovacchia, Lituania, Portogallo, Lettonia e Irlanda. Se politicamente siamo tornati a guidare l’Europa, grazie anche a un esecutivo credibile (un velo pietoso su chi l’ha precedeuto), “strutturalmente” stiamo prendendo finalmente coscienza del crescente gap che ci separa dal Continente.

Che fare? Queste settimane ci hano fatto girare la testa, con polemiche che stanno rasentando il ridicolo. Dopo aver pubblicato per mesi e mesi dati sulla vergognosa situazione dei giovani in questo Paese, e sui motivi che li spingono ad emigrare, proviamo ad azzardare qualche nuova “Modest Proposals“. Consideratele una versione rivista e aggiornata di quelle pubblicate tre anni fa nel libro “La Fuga dei Talenti“.

Partiamo da un assunto: finalmente di certi problemi si parla, inquadrandoli per quello che sono. Prima parlavamo solo di intercettazioni telefoniche, come se fossero l’unico grande problema del Paese. Ricordiamoci da dove veniamo, per cominciare. In quale “bolla” eravamo finiti…

1) Una riforma del mercato del lavoro è necessaria. Lo status attuale, con 46 tipi di contratti diversi, riflette un’anarchia da Paese del Terzo Mondo.

2) Articolo 18. Non può essere considerato un tabù. Il mondo in quarant’anni è cambiato. Un Paese moderno si sa aggiornare, adeguandosi alla globalizzazione. Che poi l’articolo 18 sia l’origine di tutti i mali pare oggettivamente un po’ esagerato… Ma va modernizzato.

3) Contratto unico. E’ a tutti gli effetti l’unica vera soluzione, in questo momento. Sgretolerebbe un po’ di questo vergognoso dualismo, tra gli “straprotetti” e gli “esclusi”. L’Europa lo apprezza e ci loda quotidianamente per questa proposta (finora declinata in tre modi diversi, ma con un unico denominatore). Da bravi italiani, facciamo ovviamente l’impossibile per non applicarla.

4) Welfare. Riformando l’articolo 18, non si può non introdurre una vera rete di protezione sociale, che comprenda un reddito minimo garantito, un serio programma di riaccompagnamento, riqualificazione e riorientamento al lavoro per chi lo perde. Sul modello danese (o tedesco), perché no? Va rovesciata la percentuale di chi utilizza i centri per l’impiego pubblici: attualmente parliamo solo del 3% di chi cerca lavoro, occorre almeno decuplicarla.

5) Selezione. Riprendo una vecchia proposta del libro: allora proponevo di prevedere premi economici per le aziende che introducono una selezione strutturata quale unico canale di reclutamento. Ora, sulla scia dei risultati ottenuti con la tecnica di contrasto all’evasione, rilancio: obbligare per legge a rendere pubblico e contendibile qualsiasi nuovo posto di lavoro, pubblicizzandolo su almeno tre quotidiani, una radio, cinque siti web, oltre che sul sito dell’azienda. Poi vediamo se l’85% delle offerte di lavoro continua a restare nascosta, in Italia…

6) Raccomandazione. Resto fermo nell’idea di renderla un reato, a fronte di prove incontrovertibili. Chi raccomanda un incapace, soprattutto nel settore pubblico, usando questa raccomandazione come merce di scambio, deve risponderne penalmente. Poi vediamo se non aumenta anche il livello della nostra classe dirigente. Attenzione: distinguiamo tra segnalazione all’anglosassone (da incentivare) e raccomandazione all’italiana (da reprimere).

7) Incentivi. Introdurre regole per slegare gli incentivi e gli adeguamenti salariali dal solo parametro dell’anzianità. Rendere obbligatoria l’assegnazione di premi e incentivi aziendali sulla base di risultati oggettivamente misurabili. Chi produce di più deve essere premiato di più, anche se ha solo 26 anni. Un 55enne che scalda la poltrona, senza produrre uno spillo, può vedersi ridurre -al contrario- lo stipendio, a fronte di una produttività oggettivamente inesistente. Ciò può finalmente portare ad avere top manager di 35 anni, perché estremamente produttivi. Insomma, nel settore pubblico e in azienda -per legge- deve avanzare chi merita, non chi è più anziano. Il datore di lavoro deve poter derogare a contratti collettivi, per premiare chi produce di più.

8) Resto infine fermo sull’idea di introdurre periodi obbligatori di studio e/o lavoro all’estero per tutti i giovani italiani, co-finanziati dallo Stato e dall’UE, con l’obiettivo di aprire la mente e gli orizzonti di tutti. Vedrete se non tornano cambiati, pronti a guidare il Paese con una visione internazionale.

Le polemiche di questi giorni contrappongono -come sempre- due Italie. Perché esistono due Italie. C’è un’Italia immobile, che spera di conservare all’infinito privilegi morti e sepolti, solo perché sono appartenuti ai genitori. E c’è un’Italia moderna, che vive fuori dai nostri confini e dentro i nostri confini. La prima è composta dalla “classe dirigente” (che eufemismo!), che ci ha governato sinora, insieme a quella grande fetta di Paese colluso con questa mentalità da do ut des quotidiana.

La seconda, aperta alla globalizzazione, è la classe dirigente del futuro. Sa che occorre modernizzare questo Paese, intaccando certi privilegi ormai superati, per compensarli con forme più moderne di incentivazione e protezione sociale.

E’ soprattutto una battaglia culturale: non basta una legge o una riforma per vincerla. La legge o la riforma sono la base. Poi serve il grande contributo delle aziende (che devono introdurre logiche nuove di selezione, salari, progressioni di carriera, ecc.), dei sindacati (che devono capire che il mondo è cambiato) e soprattutto della gente di questo Paese.

Che deve capire che l’Italia del Mulino Bianco non esiste più. L’Italia “buonista”, familista, conservatrice al massimo grado, dove si uccidevano le generazioni future nel nome del “volemmose bene“… è finita. Ora deve nascere l’Italia del merito. Dove a tutti vengono fornite uguali condizioni di partenza. Ma non di arrivo. Chi è più bravo e merita di più vince. Chi pensa che basti una “spintarella” di papà perde. Ed è fuori. Per sempre.

 

 

Gli amici degli amici – Come si assume in Italia

InMeritocrazia su 28 dicembre 2011 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO “FOLLOWING” IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Così non va. Proprio non va. La crisi non può portare un atteggiamento ancora più difensivo nella selezione delle risorse umane. I dati della ricerca Excelsior, resi noti lunedì, segnalano che -nel 2010- la quota di assunzioni avvenute per conoscenza ha sfondato quota 60%, attestandosi al 61,1%. Insomma, oltre sei aziende su dieci assumono persone che conoscono, oppure persone segnalate da qualcuno di cui si fidano.

Il fenomeno dilaga con percentuali bulgare tra le Pmi e nel Mezzogiorno: in quest’ultimo caso addirittura sette aziende su dieci ricorrono al canale “informale” di selezione. Nelle grandi aziende, quelle con oltre 500 dipendenti, la percentuale ovviamente si inverte: una su due fa riferimento alla propria banca dati interna per selezionare il personale. E solo una su dieci si affida ai canali informali. Ma parliamo di una netta minoranza delle aziende italiane (oltre il 95% delle quali sono Pmi).

Un altro dato colpisce l’attenzione: inserzioni sui media, agenzie di intermediazione e centri per l’impiego raccolgono una quota davvero minima di imprese. Le tre categorie -insieme- superano con difficoltà il 10% delle modalità di ricerca di personale.

E ora veniamo al dunque. Ci sono due osservazioni da fare, al proposito. La prima: non è detto che tutte queste assunzioni per conoscenza equivalgano -in automatico- a delle “raccomandazioni”. Possono essere anche segnalazioni “all’anglosassone”: cerco un profilo, per cui decido di chiedere a qualcuno di cui mi fido… che sono certo mi segnalerà quello migliore – tra quelli di sua conoscenza. Tuttavia, poiché viviamo in Italia, a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca spesso e volentieri: sono dunque certo che molte di queste assunzioni per conoscenza celino in realtà raccomandazioni o scambi di favori, in ottica futura. Insomma, spesso e volentieri, e per comodità, si rinuncia a cercare davvero il profilo migliore, preferendo quello più “ammanicato”. Non è un segnale di un Paese avanzato. Al contrario. Fa pensare a un Paese arretrato. Molto arretrato.

La seconda considerazione: ponendo anche -per assurdo- che il 100% di queste assunzioni per conoscenza celi in realtà delle segnalazini rigorosamente “anglosassoni”, una tale percentuale (sei imprese su dieci) lascia pochissime porte aperte a quei giovani bravi e preparati, privi però delle conoscenze giuste per accedere a un colloquio.

In questo Paese occorre cominciare a cambiare la cultura aziendale: avviare un percorso di ricerca serio e strutturato dei profili può apparire -a prima vista- una perdita di tempo. Ma -in prospettiva- può portare a un enorme cambiamento del Paese. Immaginate un Paese diverso, dove non accade più che sei imprese su dieci assumono per conoscenza. O che l’85% delle offerte di lavoro siano nascoste (dati Unioncamere). E otterrete l’Italia del futuro.

L’alternativa: la fuga all’estero, sempre più massiccia, dei migliori giovani professionisti. Quelli che non hanno conoscenze o raccomandazioni da vantare. Ma un solido curriculum, unito a tanto talento. All’estero li attendono a braccia aperte. In Italia neppure sanno della loro esistenza. Tanto qui si assume solo chi si conosce…

Etica e accesso al pubblico impiego

InMeritocrazia su 21 luglio 2011 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”, CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Manuele, lettore del blog “La Fuga dei Talenti”, che ci invia un articolo molto interessante sulle “worst practices” nel settore dell’amministrazione pubblica. Dal quale emerge chiaramente come un Paese medioevale come il nostro sia riuscito a bloccare l’ascensore sociale anche nel settore pubblico.

L’articolo è consultabile a questo indirizzo: CLICCA QUI PER COLLEGARTI

Di seguito il testo integrale. Buona lettura!

Etica e accesso al pubblico impiego

di Manuele Bellonzi

La questione etica in merito alle modalità di accesso al pubblico impiego sembrerebbe esaurirsi nell’enunciazione del comma secondo all’articolo 97 della Costituzione repubblicana: agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso (…). L’ambito di analisi dovrebbe quindi svolgersi su di un piano squisitamente giuridico se, una
miriade di sentenze amministrative e penali, le cronache quasi quotidiane dei giornali e una quantità immane di pubblicazioni su baronìe, nepotismi e caste, non ci imponesse ai nostri giorni, vigorosamente, un approfondimento ed una riflessione sui profili squisitamente etici. Partendo da un dato pubblicato dalla Banca d’Italia (Indagine su redditi e la ricchezza delle famiglie italiane – 1998-2004) non possiamo non domandarci le ragioni per le quali a parità di istruzione,
genere, età, stato civile, area geografica e altri parametri, la probabilità di entrare nella pubblica amministrazione aumenta del 44 per cento per gli individui il cui padre lavora nel settore pubblico. Sembra quindi che circa il 53% della popolazione resti oggi “imprigionata”nel ceto (e quindi nelle possibilità occupazionali da cui proviene. Questo ne ha comportato, in Italia, il blocco di ciò che i sociologi chiamano “ascensore sociale”. Quando l’economia è in fase di espansione si riattiva una sorta di “giustizia sociale”, permettendo un’opportunità per i principi meritocratici.
Ma nella fase attuale di stallo o di recessione, se non si attivano politiche ad hoc di riduzione delle disuguaglianze, il Paese rischia di non uscire da un circolo vizioso dove il clan e la conservazione familiare uccidono il merito, l’innovazione ed anche parte dell’economia e delle possibilità di ripresa. I profili etici sono quindi duplici: individuali; in merito al corretto esplicarsi del principio di eguaglianza e non discriminazione e collettivi; relativamente alle conseguenze che ricadono
sull’efficienza soprattutto della p.a. e sulla sua capacità di innovazione e di produrre servizi di qualità.
Non è ovviamente possibile quantificare il danno creato da un sistema dove il familismo amorale (termine coniato da E. Banfield nel 1958) sembra essere una sorta di ordinamento giuridico parallelo e sottostante indubbiamente contra legem e contrario ad un’etica universale di giustizia e non discriminazione. Le oramai note “fughe dei cervelli” sono state, parzialmente, quantificate anche in ambito prettamente economico. Nel 2007 ben 11.700 laureati sembra che siano andati a cercar fortuna all’estero (nella maggior parte dei casi per non tornare più indietro, come invece fecero i nostri
avi fra ‘800 e ‘900). Allo Stato uno studente laureato costa, per tutto il suo percorso di studi (dalle elementari alla laurea) circa 101.000 euro. Anche non valutando le ricadute sull’economia in prospettiva, il solo costo della diaspora del 2007 si è attestato a euro 1.184.999.400. Una cifra impressionante che non può non far riflettere soprattutto l’economista e lo studioso di management pubblico. Si afferma spesso che, per l’accesso alla pubblica amministrazione, il modello del concorso pubblico è superato. Benissimo, posso essere d’accordo. Ma non posso non ricordare che anche quei (pochi) strumenti che in passato sono stati attribuiti ai manager per “scegliersi” la squadra non sempre hanno optato per criteri meritocratici e operato superando la ben conosciuta logica del clan. Come riusciremo ad uscire dal lungo tunnel del Pleistocene?

T’accorgerai che il mondo è mal messo.
Dio l’aveva creato preciso, aveva fatto gli uomini tutti poveri e tutti ignoranti.
Gli uomini invece, non si sa come,
si sono accordati per tirar su qualche decina di persone molto ricche e molto istruite
e lasciar tutti gli altri come Dio li aveva creati.

don Lorenzo Milani

Meritocrazia & Fuga dei Talenti

InMeritocrazia su 17 febbraio 2011 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”, CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Pubblico oggi l’intervento che ho fatto una settimana fa al convegno “Guardare al futuro con Merito“, organizzato dai Giovani Imprenditori di Unindustria Bologna. Non mi piace generalmente pubblicare discorsi o relazioni, ma in questa ho cercato di “condensare” i numeri del fenomeno della “Fuga dei Talenti”, e provare a proporre delle soluzioni. Si può quindi considerare come il sunto -per il momento- di oltre tre anni di lavoro. Mi piacerebbe ricevere le vostre impressioni al riguardo.

Due premesse:

-invito tutti a guardare online il bel video che il gruppo di lavoro sul merito, che ha promosso la conferenza, ha realizzato per introdurre l’incontro. Un video che fa dell’”onestà intellettuale” la sua -fondamentale- premessa. Da vedere.

-su temi simili, molto collegati a questo blog, segnalo anche l’interessante editoriale di Alessandro Rosina, pubblicato a fine gennaio su “La Repubblica degli Stagisti”. Cinque motivi per lasciare l’Italia… e cinque per tornare! Lettura da non perdere.

ORA IL TESTO DEL MIO INTERVENTO:

“Decine di migliaia di giovani, tra i 20 e i 40 anni, lasciano ogni anno l’Italia. Le stime ufficiali li collocano oltre i 30mila. E’ però più ragionevole situarli intorno ai 50-60mila, includendo coloro che lasciano il Paese, senza denunciarlo all’anagrafe ufficiale.

La percentuale di laureati, in questa fascia, è molto alta: c’è chi stima possa arrivare fino al 70%. Forse è inferiore, ma sicuramente in crescita: dati Istat segnalano un sostanziale raddoppio dei laureati espatriati nel corso della prima decade degli anni 2000.

Non si tratta solo di ricercatori, come cliché consumati (e di comodo) ci hanno portato a credere fino a qualche anno fa. Emigrano tutti: dal professore al manager, dal medico all’avvocato, dall’ingegnere all’architetto, fino al giornalista. Se ne va il futuro di questo Paese, se ne va chi ha idee nuove di impresa, parla bene l’inglese e le altre lingue del terzo millennio, chi sa utilizzare le nuove tecnologie, internet su tutte. Avete inteso bene, parlo delle famose tre “I”, attraverso le quali la politica aveva promesso una modernizzazione del Paese. Che fine han fatto?

Quel che è peggio, a fronte di un espatrio considerevole e in crescita, soprattutto tra le classi più produttive, l’Italia fa registrare saldi netti in perdita tra la cosiddetta “skilled population”, i laureati. Ce lo ha ricordato l’Economist, circa un mese fa. Sulla base di dati Ocse, ha mostrato come se -nel 2005- il saldo nella bilancia “laureati immigrati-emigrati” fosse positivo in Germania, Francia, e così pure in Spagna e Gran Bretagna, l’Italia risultava l’unico Paese ad avere un saldo negativo. Né va meglio con gli studenti stranieri iscritti alle università italiane: solo il 3% sul totale, contro una media Ocse al 10%.

Insomma, esportiamo risorse umane qualificate, mentre importiamo manodopera non qualificata. Dove va, un Paese così? Quale futuro può avere? Torneremo a fare i cinesi? E per competere con chi, con la Cina? O con l’India?” [...]

CONTINUA A LEGGERE LA RELAZIONE DI SERGIO NAVA IN VERSIONE .DOC


Merito & Futuro – Oggi a Bologna

InMeritocrazia su 10 febbraio 2011 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”, CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Guardare al futuro con merito, è il titolo del convegno in programma questa mattina a Bologna, organizzato dai Giovani Imprenditori locali.

Il convegno prende le mosse dal progetto di lavoro realizzato -nel corso degli ultimi mesi- dai giovani imprenditori felsinei: lo studio, che contiene interessanti proposte sull’incentivazione del merito in azienda (proposte concrete e tangibili, basate su quella che loro stessi non esitano a definire come “onestà intellettuale”), sarà presentato nel corso di un dibattito.

A discuterne, coordinati da Mario Mazzoleni, ci saranno Alberto Meomartini (Confindustria e Assolombarda), Susanna Camusso (Cgil), Ivano Dionigi (Università di Bologna), Sergio Nava (Radio 24).

Gian Guido Riva, vice presidente dei Giovani Imprenditori e Project Manager, illustrerà il progetto.

Appuntamento alle ore 11, presso la sede di Unindustria Bologna.

IL LINK ALLA LOCANDINA DELL’EVENTO


“Alérgica al mérito, adicta al enchufe”

InMeritocrazia su 15 dicembre 2010 a 09:00

+++SOTTOSCRIVI IL “MANIFESTO DEGLI ESPATRIATI“+++

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”, CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Dedico oggi il titolo del “post” all’articolo di Eusebio Val, corrispondente a Roma del quotidiano catalano “La Vanguardia”, pubblicato domenica sul giornale iberico. Cito l’articolo non solo perché -con mia sorpresa- ha dedicato un passaggio al libro “La Fuga dei Talenti”, spiegando come -un anno fa- fu il primo a spiegare i motivi per cui 27 giovani professionisti di talento avevano fatto le valigie, lasciando il Paese.

Lo cito anche perché presenta dei passaggi veramente interessanti: come quando Val scrive, “il ricorso esteso alla pratica della “raccomandazione” ricorda la Spagna di trenta o quaranta anni fa. In Italia questo sistema arcaico, semifeudale, è ancora vivissimo. Rappresenta una zavorra allo sviluppo, alla modernizzazione e all’efficacia a tutti i livelli. Un prelato spagnolo, che occupa una posizione di rilievo nel dicastero vaticano, commentava poco tempo fa a “La Vanguardia” di aver ricevuto richieste inverosimili di raccomandazione. Chi gliene faceva richiesta, supponeva che rivolgersi a lui gli avrebbe automaticamente aperto le porte. Ovviamente il prelato deve stare attento a rifiutare le richieste. La gente si potrebbe offendere, poiché in Italia le raccomandazioni sono considerate qualcosa di assolutamente naturale“.

Sconfortante, assolutamente sconfortante. Ovviamente l’articolo prende le mosse dalla Parentopoli romana, che rischia di travolgere l’intera giunta Alemanno, con circa duemila assunzioni ad personam nelle società comunali (Atac ed Ama): generi di, figli di, compagne di, cugini di… persino “cubiste di”! Una vergogna assoluta, una fogna a cielo aperto, che è stata rivelata dagli organi di stampa.

Ripeto e sottolineo: una fogna a cielo aperto, simbolo di quell’Italia consociativa e di cordata, dove non importa quanto sei bravo o di valore. L’importante è stare dalla parte giusta al momento giusto (la “parte” può essere ovviamente di destra, sinistra o centro, non importa…). E il gioco è fatto. “Occupazione clientelare”, si chiama.

Per questo l’Italia è in declino: nei posti giusti ci vanno le persone sbagliate. Per questo decine di migliaia di giovani in gamba, che non accettano di piegarsi a questo sistema feudale, se ne vanno. Con schifo, anche con astio. Ma se ne vanno. Sono l’élite generazionale mancata di questo Paese. Sono quella parte sana dell’Italia, che crede ancora nel valore del merito. Se è vero, come pubblicato dai giornali, che l’Assessore alla Mobilità del Comune di Roma Sergio Marchi ha -in Atac- la fidanzata, il fratello della fidanzata, la moglie del capo staff, il figlio e il nipote di un collaboratore, la ex fidanzata di un secondo collaboratore, la segretaria, la figlia della segretaria… persino un cognato consulente. Beh… allora viene proprio da chiedersi, ma perché questo Paese non si ribalta e non riparte da zero? C’è troppo marcio per un ricambio normale.

Serve piuttosto un azzeramento dell’attuale classe dirigente, troppo compromessa. Sostituita, così auspichiamo, da quella classe dirigente che in questo momento si trova all’estero. E non vede l’ora di tornare a cambiare l’Italia. In positivo.

Gli ultimi dati intanto non consolano: i giovani sembrano sempre più vittime di un sistema che -da un lato- è dominato dal potere gerontocratico, dall’altro privilegia solo chi riesce a farsi raccomandare o cooptare. Le prospettive non sono incoraggianti: i laureati, la base su cui costruire la società del capitale umano del futuro, risultano in calo (Rapporto Stella): lauree mediche e giuridiche hanno risentito più di tutte. La flessione dell’occupazione a un anno dalla laurea si fa sentire praticamente per tutti, gli unici segnali positivi riguardano i “dottori” in Economia Statistica.

E -secondo il Corriere della Sera- i giovani professionisti che iniziano a lavorare oggi percepiranno -all’atto della pensione- tra il 25% e il 50% del reddito attuale. Un reddito medio che si aggira tra 1200 e 1600 euro al mese. Sarà forse per questo che il presidente dell’Inps affermava di non voler diffondere proiezioni sulle pensioni future degli attuali “giovani”, temendo un sommovimento sociale? Stando ai dati del Corriere, un giovane d’oggi -se gli andrà bene- percepirà 800 euro di pensione mensili. Se gli andrà male… 300 euro!!! Se le casse di previdenza possono orgogliosamente affermare di aver attuato interventi per evitare la bancarotta, si chiede il quotidiano, possono allo stesso tempo affermare di poter garantire una pensione dignitosa ai loro iscritti?

Per dirla con Tullio Gregory (che cita l’ultimo Rapporto Censis), quella attuale è “un’Italia che lascia sprofondare i giovani nella sfiducia e nell’inerzia“. Sprofondando anch’essa con loro.

P.S.: Ho lasciato per ultima la traduzione del titolo dell’articolo de “La Vanguardia”: “Allergica al merito, dipendente dalla Raccomandazione“. Ovviamente parla dell’Italia. Hasta pronto!

 

Diario di un’Italia provinciale e baronale

InMeritocrazia su 6 settembre 2010 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

LA FUGA DEI TALENTI RIPRENDE LE PUBBLICAZIONI DOPO LA PAUSA ESTIVA, CON UNO SPLENDIDO ARTICOLO DI FRANCO LA CECLA, 60ENNE ANTROPOLOGO SICILIANO (già autore di un altro interessante articolo).

L’ARTICOLO E’ APPARSO SU “IL SOLE 24 ORE” LO SCORSO 1° SETTEMBRE.

E’ UN RITRATTO IMPIETOSO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA. MA AGGIUNGEREI CHE E’ UN RITRATTO IMPIETOSO DELL’ITALIA INTERA. QUANTI ALTRI “FRANCO LA CECLA” SI ANNIDANO IN TUTTI I SETTORI PROFESSIONALI, IGNORATI E DISCRIMINATI DAI “BARONI” DI TURNO?

“Sono entrato all’università come ricercatore 35 anni fa e ne sono uscito sempre come ricercatore, senza il minimo avanzamento, un anno fa. Ho scritto 20 libri di cui almeno quattro adottati come testi fondamentali in Italia e all’estero nei corsi di antropologia, di gender studies, di antropologia urbana e di linguistica. Ho fatto cinque concorsi per diventare professore e sono stato respinto in tutti e cinque senza che nemmeno mi arrivasse una comunicazione ufficiale.

Questa mia banale vicenda biografica non avrebbe importanza se non aprisse uno spaccato esemplare sulla storia recente dell’università italiana e se non servisse a quelli più giovani di me a farsi due conti su come vanno le cose nell’accademia. Avrei voluto essere giudicato sui miei lavori, sulle mie ricerche, o magari sull’effetto che i miei corsi facevano agli studenti, corsi che da buon ricercatore ho accettato per decenni di fare sostituendo in questa funzione i pochi professori di ruolo. Ma no, nessun giudizio scientifico o di efficienza. Sulle “opere” c’era una generale concordanza come si fa quando si trattano gli sforzi giovanili di qualcuno strano e un po’ fuori dal giro, sull’efficienza il semplice uso. Gli servivo, all’università, per riempire enormi buchi e servire grandi folle: alla facoltà di architettura di Venezia arrivavo ad avere 500 studenti e a fare mille, 2mila esami per sessione. Credo di avere formato almeno quattro generazioni di ricercatori, gente che si è appassionata come me alla relazione tra le scienze umane e la città e con cui sono diventato amico, con cui ho lavorato e continuo a lavorare.

L’esemplarità della mia vicenda accademica l’avrei dovuta subodorare però dall’inizio. Il mio primo direttore d’istituto, Salvatore Boscarino, al dipartimento di architettura dell’università di Catania mi disse accogliendomi: « Spero lei sia di famiglia benestante, perché altrimenti non capisco come potrebbe fare questo lavoro». La mia risposta pratica era che facevo l’autostop per tornare a casa a Palermo alla fine della settimana e che a Catania dormivo nelle ultime stamberghe o addirittura clandestino nelle case in costruzione del padre di uno dei miei studenti.

Trentacinque anni dopo, un altro direttore d’istituto in una facoltà di filosofia ha chiuso la mia storia con l’università in modo altrettanto esemplare. Mi ha mandato una lettera di rimproveri perché mi ero permesso durante le vacanze di Natale di andare a fare «lavoro sul campo» in mezzo ai pescatori siciliani emigrati a Nantucket. Per lui era inconcepibile che non glielo avessi comunicato. La mia risposta sono state le dimissioni. In mezzo c’è stato di tutto, soprattutto una furibonda passione per la ricerca, una voglia matta di formare ad essa studenti intelligenti, una lotta all’ultimo sangue per svecchiare strutture accademiche inadeguate.

Quando arrivai alla facoltà d’architettura di Venezia, offersi alla biblioteca del dipartimento la mia personale libreria, la più completa in Italia sull’architettura vernacolare e sulle tecniche tradizionali di costruzione. Venne rifiutata. Organizzai un convegno internazionale sui «Bambini e la strada». Francesco Dal Co, allora direttore dell’istituto si lamentò pubblicamente che una facoltà d’architettura si abbassasse a occuparsi di temi così marginali. Qualche anno prima, con Paolo Fabbri, al dipartimento di comunicazione dell’università di Bologna, avevo organizzato un convegno su «Cavoli a merenda, gusto e sistemi mentali e culturali». E un altro su «Media e natura». La risposta dell’università fu sospetto, indifferenza, fastidio.

Mi si rimproverava di non essere affiliato a nessun vero docente locale, di avere a che fare con l’École des hautes études di Parigi e con Ivan Illich che allora insegnava a Berkeley, ma di non essere consono alle logiche di dipartimento . Mi si faceva sapere di essere inviso al grande padre padrone dell’antropologia siciliana a cui non avevo mai dichiarato affiliazione pur essendo siciliano (cosa che era davvero imperdonabile). Fin quando un giorno, durante un congedo legalmente chiesto per dare una mano a Paolo Fabbri nella sua nuova veste di direttore dell’Istituto italiano di cultura a Parigi, il mio registro delle presenze sparì e venne da “qualcuno” inviato al Consiglio nazionale universitario (Cun), perché venisse avviato un procedimento disciplinare.

Il Cun mi convocò e mi chiesero: « Chi è che la odia cosi tanto? Una cosa del genere come quella che le hanno fatto è inconcepibile. Noi le consigliamo di trasferirsi in situazioni dove c’è minor tensione». Nel frattempo chi avrebbe dovuto mandarmi una certificazione di sostegno, il Fabbri per cui lavoravo, se ne dimenticò, assorto in logiche ben più degne e mi trovai così traghettato tra gli archeologi di Ravenna. La mia collocazione risultava sempre più strana, mi permettevo non solo di avere una dimensione internazionale – i miei libri venivano tradotti – ma di essere a cavallo tra varie discipline, antropologia, urbanistica, linguistica, geografia con scorno e scandalo di tutti coloro che se ne sentivano legittimi rappresentanti.

Gli archeologi mi accettarono in cambio di una presunta fedeltà a logiche un po’ più segrete di quelle che pensavo dovessero esistere in un’università. Ai loro presidi interessava nulla quello di cui mi occupavo, ma soltanto la mia capacità di umiliarmi di fronte a loro. Appena potei mi feci ritrasferire [...]

Adesso, guardando le cose a ritroso mi sembra di essere stato un privilegiato, forse se fossi stato assorbito dall’accademia non avrei fatto e scritto le cose che ho fatto e scritto e non avrei incontrato studenti e studentesse, dottorandi e dottorande e mi sarei “riposato sugli allori” come si diceva una volta. Allori che nella nostra università non sono ghirlande che gli accademici mettono sulla propria fronte, ma il contenuto di cuscini, poltrone, letti e materassi su cui siede la staticità dei privilegi, delle schiavitù, dei favoritismi e dei nepotismi. Forse mi sono evitato tutto questo e non è poco”.


Cancrena Raccomandati: serve una Task Force?

InMeritocrazia su 10 marzo 2010 a 09:00

ABBONATI AL BLOG “LA FUGA DEI TALENTI”! SOTTOSCRIVI L’OPZIONE CLICCANDO IN FONDO A QUESTA PAGINA!

Il nostro è un Paese che sembra un box della Ferrari: dall’esterno perfetta, in forma, eleganza ed energia. Ma i guidatori sono dei neopatentati e i meccanici sono degli apprendisti, con gli anziani del gruppo che si fregano e si rivendono agli altri team la benzina, i pezzi di ricambio e le ruote per poter sopravvivere nel loro agio. [...] Siamo una nazione sconfitta… ma non da un nemico esterno. Sconfitti piuttosto da noi stessi.

La bella immagine postata da Lorenzo sul portale LinkedIn calza perfettamente con la situazione attuale dell’Italia. I neopatentati sono i raccomandati e i cooptati di un Paese dove impera l’”ereditarietà per legge”. Non lo dico io, lo certifica l’Ocse. Dall’indagine “A family affair”, dedicata alla mobilità sociale tra le generazioni, emerge un quadro statico, rarefatto, soffocante… in Italia, lo stipendio di “papi” pesa per quasi il 50% su quello futuro del figlio. Insomma, un padre laureato assicura alla sua prole -qui- un futuro economico decisamente migliore rispetto a un ragioniere. Di conseguenza, una società così poco mobile tende  più facilmente a sprecare o a utilizzare male talenti e capacità. Con il logico effetto che questa situazione finisce per tarpare le ali ai giovani di belle speranze, demotivandoli nella loro ricerca di successo e di affermazione. Un successo e un’affermazione che potrebbero portare importanti benefici economici anche al loro Paese, di riflesso. Per l’Ocse, “più alta è l’ineguaglianza sociale in un Paese, più il Paese è immobile”.

La catena delle rigidità sociali si perpetua anche dopo la scuola, quando i pochi “figli di nessuno” che riescono ad andare avanti, nonostante le condizioni di partenza e i mille sacrifici dei genitori, si scontrano con un ambiente lavorativo dove a farla da padrone sono l’anzianità e l’esperienza, non le competenze individuali. Rigidità dopo rigidità, si perpetua un’Italia condannata al declino, dove meno di una famiglia ricca su 100 diviene povera. E dove solo una famiglia povera su 50 diviene ricca.

Che la famiglia, da pietra miliare della società italiana, si sia ormai trasformata in una pesantissima zavorra, lo certificano anche Alberto Alesina e Pietro Ichino nel loro ultimo libro, “L’Italia fatta in casa”. La famiglia-Italia si è involuta in un “familismo amorale”, dove le micro-lobby di potere e di interesse cercano di accaparrarsi l’accaparrabile, per mero interesse “particolare”. Contro ogni etica di convivenza civile. Un familismo amorale che allunga i propri tentacoli in ogni settore della società, dall’istruzione fino all’impresa -per l’appunto- di famiglia, e via via fino alla politica. Manca il capitale sociale, mentre si arricchisce quello “famigliare”.

E qui arrivo al punto: questa situazione di privilegio per certi gruppi e cordate “formato famiglia” ha -nel tempo- portato al consolidamento dell’ascesa sociale di giovani “neopatentati” muniti di solide raccomandazioni (torno alla bella immagine che ha aperto questo “post”), messi alla guida di Ferrari di cui ignorano il funzionamento, mentre i genitori e i nonni sono intenti ad arraffare per sé e per la prole tutto l’arraffabile. E i giovani veramente capaci, quelli che questa Ferrari potrebbero guidarla senza troppi problemi, suggerendo anzi ai meccanici e ai progettisti delle modifiche in grado di migliorarne il funzionamento, puliscono i box. Muniti di ramazza. Oppure, se hanno un minimo di ambizione, vanno a lavorare per la Mercedes o la Bmw. Espatriando. Anche perché, là, li mettono alla guida dei bolidi.

In questo simbolismo “targato Ferrari” possiamo osservare nitidamente la cancrena di un mondo dove la raccomandazione impera. Dove giovani che non possono manco vantare uno straccio di laurea scavalcano, persino in aziende importanti, altri giovani molto più titolati di loro (per studi, competenze ed esperienza), solo perché “papi” o chi per lui (vanno bene anche il cognato, lo zio, il suocero…) fa la telefonata giusta. Una telefonata cui segue un’altra telefonata. Tutto nascosto, tutto sottaciuto, tutto dietro le quinte. Mentre gli altri lavorano per davvero, sperando che questo lavoro porti dei frutti, il “raccomandato” di turno tesse la ragnatela. O se è troppo deficiente per farlo, ci pensa il padre. Quante intercettazioni servirebbero, in questo Paese, dove tutti -ai piani alti- parlano di meritocrazia! Ma sono poi loro stessi i primi a tradirla, non appena si presenta l’occasione. Pensate forse che questa situazione appena descritta sia retaggio del passato, pensate che ora -con la crisi e il dibattito sulla necessità di maggiore merito- sia tutto cambiato? No, poveri illusi. Tutto procede, esattamente come prima. Trascinando l’Italia verso lo sfascio, verso l’abisso. Il padre era un leccapiedi? Il figlio, con uno stipendio degno di questa posizione, continuerà a fare il leccapiedi. Con il sorriso a 32 denti e ben pagato. Ma continuerà a fare il leccapiedi, elargendo favori a vita a chi l’ha portato in quella posizione.

Di qui la proposta, ai lettori di questo blog: cosa facciamo? Mettiamo su una task force? Istituiamo un meccanismo di “name & shame“, dove fare nomi e cognomi di questi raccomandati (tutto ben documentato, ovviamente), con tanto di gogna pubblica? Li costringiamo ad emigrare? Lo so, c’è il rischio di cacciare mezzo Paese… ma possiamo limitarci ai casi più eclatanti. Inviate le vostre idee a “cambiogenerazionale@gmail.com” Qualcosa ci inventeremo!

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 896 follower