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The End – Titoli di Coda

InDeclino Italia su 23 aprile 2013 a 09:00

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La voglia di trasformare questo blog, con un’ultima -drammatica- svolta, in una sorta di “scialuppa di salvataggio” per chi intende lasciare definitivamente l’Italia sta cominciando -lo ammetto- a farsi sempre più strada.

Il progetto “La Fuga dei Talenti” è nato nel 2009 con tre scopi precisi: in primis, denunciare il crescente esodo dall’Italia di un esercito di giovani professionisti altamente qualificati. Parallelamente, mettere il dito nella piaga dei giganteschi problemi strutturali che questo Paese, allergico ad ogni tentativo di seria riforma, si trascina da oltre 20 anni.

Ritengo che entrambi gli obiettivi, soprattutto il primo, siano stati sostanzialmente raggiunti. Esisteva in realtà anche un terzo obiettivo, nei fatti implicito: quello di indicare una strada da seguire, affinché il Paese tornasse a valorizzare tre componenti fondamentali per avviare un proprio “progetto di futuro”. I giovani, il talento (o il merito), l’innovazione.

Per fare ciò, era e resta necessario farsi indicare la strada da quell’immenso patrimonio di intelligenze vive che risiedono all’estero. Persone libere, persone intellettualmente oneste, persone giovani, la cui scelta di vita ha rappresentato, spesso e volentieri, un atto di coraggio e di denuncia implicita verso i mali strutturali che affliggono l’Italia. Espatrio come atto di protesta verso un sistema che -nel complesso- non funziona.

Le ultime vicende politiche hanno spazzato via ogni residuo di speranza. Questo, mi spiace dirlo, è un Paese finito. Senza futuro. Senza prospettiva.

Vedere un’intera classe dirigente che va a riprendere per i capelli un rispettabile uomo politico di 87 anni, supplicandolo di togliere ancora una volta le castagne dal fuoco, è stato semplicemente umiliante.

Anziché puntare su uomini nuovi, per avviare un percorso di profondo e radicale cambiamento, si è preferito investire di un ruolo di “salvatore della patria” il Presidente della Repubblica in carica, il cui unico orizzonte sarà -per l’appunto- quello di salvare il salvabile. La sua età, il peso di troppi anni passati a vederne di tutti i colori, la voglia di ritirarsi a vita privata, non gli consentiranno probabilmente di andare oltre. Non per sua colpa, siamo anzi certi che farà l’impossibile, ma semplicemente per le circostanze in cui tutto questo è avvenuto.

Quest’Italia gattopardesca, a suo agio nel più totale immobilismo, ben riflessa nel quadro che il giornalista Sergio Rizzo traccia dei cosiddetti 58 “grandi elettori regionali” del Presidente della Repubblica (uomini nel 91% dei casi, notabili, tendenzialmente vecchi) trascinerà l’intero Paese alla deriva.

La verità è che questa classe dirigente italiana, ormai in pieno default, ha deciso autodistruggersi, insieme al Paese. Preferendo ancora una volta il tirare a campare, rispetto a una cesura vera e propria col passato. E a una ripartenza verso il futuro. Con leader nuovi, giovani, innovativi, non legati al cosiddetto “status quo”. Il mondo è cambiato, la storia è cambiata, tutto evolve a velocità inimmaginabili solo 50 anni fa. Loro no, restano sempre uguali a sè stessi. Convinti, come Tolomeo, che il Sole (il resto del mondo) giri intorno alla Terra (l’Italia). Sveglia: casomai è il contrario.

Non avevamo tempo da perdere. Lo diciamo da almeno un paio d’anni. Siamo riusciti a darci un colpo di reni, almeno nei primi mesi del Governo tecnico, sorprendendo tutti. Poi anche quella spinta è venuta meno, lasciando tanta austerità e poche vere riforme strutturali.

Le elezioni, che dovevano segnare una ripartenza, hanno riconsegnato un Paese completamente ingovernabile. Non si è avuto il coraggio di scelte nuove neppure sul Presidente della Repubblica, aggrappandosi così a quello attuale. Scegliere di non scegliere: l’eterno ritornello italiano.

Domani lanciamo quella che potrebbe essere l’ultima iniziativa “costruttiva” di questo blog: l’abbiamo decisa giovedì scorso, in vista di un appuntamento programmato il 9 maggio. Proprio perché potrebbe essere l’ultima, vi chiediamo di fornire un contributo di idee forte.

Poi valuteremo cosa accadrà, di qui all’estate. Se non interverranno segnali nuovi, “La Fuga dei Talenti” modificherà la propria rotta di navigazione, trasformandosi in un blog utile a raggiungere le scialuppe di salvataggio, in fuga dalla “Nave Italia” in affondamento.

Mentre l’orchestra continuava a ballare e i passeggeri in prima classe festeggiavano a champagne, abbiamo segnalato che la nave aveva urtato l’iceberg, a causa della totale incompetenza dell’equipaggio. In pochi ci hanno creduto. Poi abbiamo avvisato che l’acqua entrava -copiosa- dalle falle aperte. Un po’ di scetticismo. Contemporaneamente, abbiamo urlato che i passeggeri più giovani, più attenti degli altri, intuendo il pericolo, stavano abbandonando l’imbarcazione. Qualche momento di smarrimento. Ora però, anziché riparare la nave, tappare le falle strutturalmente e migliorarla, innovando, si è deciso di proseguire la rotta – con qualche provvisorio rabberciamento. Sperando di scamparla anche stavolta.

Se così sarà, anzichè indicare come riparare gli squarci nella carena, ci dedicheremo a fornire tutte le informazioni utili per raggiungere le scialuppe di salvataggio. Scialuppe che già si stanno muovendo, sempre più numerose, verso altre navi, più solide, moderne… decisamente meglio attrezzate per solcare oceani sempre più agitati.

…e l’ultimo spenga la luce.

+ Non ci sono più alibi +

InDeclino Italia su 17 aprile 2013 a 09:00

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Le imprese italiane sono troppo piccole, incapaci di crescere ed innovare, troppo specializzate negli stessi settori a bassa tecnologia e in cui operano le economie emergenti (ben più competitive)“. A scriverlo, in un recente rapporto sugli squilibri macroeconomici, è la Commissione Europea.

Si tratta di una delle definizioni purtroppo più lucide del risultato di vent’anni di zero politica industriale in Italia. Vent’anni in cui si sono anche sviluppate centinaia e migliaia di imprese straordinarie, contro tutto e contro tutti (questo non dimentichiamolo, di storie ce ne sarebbero da raccontare…) – ma il sistema-Paese, preso nel suo insieme, scivolava nella “Serie B” mondiale descritta da Bruxelles.

La performance delle esportazioni italiane, prosegue il rapporto, “continua a soffrire a causa di un modello di specializzazione dei prodotti non favorevole, e della limitata capacità delle imprese di crescere” nelle proprie dimensioni. “Il modello di specializzazione italiano è molto simile a quello dei mercati emergenti come la Cina, con la maggior parte del valore aggiunto nei settori tradizionali, relativamente low-tech”. Ciò è dovutoprincipalmente alla limitata capacità di innovazione delle imprese italiane“.

Prosegue il rapporto: “la predominanza di micro e piccole imprese mette in luce le difficoltà delle aziende italiane di crescere e diventare attori internazionali, in ragione delle barriere istituzionali e normative, delle caratteristiche strutturali delle imprese e di un ambiente “non-business friendly”. Questi fattori limitano il flusso di investimenti stranieri diretti, impedendo all’Italia di trarne vantaggio, attraverso il trasferimento di capitali e di conoscenza, un aumento del coinvolgimento nel commercio mondiale e l’impulso per un ambiente imprenditoriale più competitivo e un management delle società più moderno“.

Nulla da ridire: è la fotografia dell’Italia produttiva nel 2013. Nitida e trasparente. Ribadiamo: una fotografia che non si applica a quegli imprenditori che -remando controcorrente- hanno investito in imprese innovative e ad elevato capitale umano. Ma qualche rondine non fa -purtroppo- primavera: il quadro “macro” è questo.

E si riflette, direttamente o indirettamente:

-in chiusure record delle imprese a nei primi tre mesi del 2013 (+13% rispetto al 2012);

-in buste paga ferme a gennaio (dato Istat);

-in sei milioni di persone di fatto fuori dal mercato del lavoro, in un Paese che ne conta 60 milioni: quasi tre milioni di inattivi, insieme a due milioni e 744mila inattivi. Dati da allarme rosso fuoco;

-e se gli indicatori dicono qualcosa, persino la Lombardia, un tempo “isola felice” e ricca d’Italia, in soli tre mesi ha perso altri 50mila impieghi. Secondo “La Repubblica”, licenziano Fnac, Darty, Carrefour, Manpower, Upim, Panasonic, Nestlè, Nokia, persino alcuni tra i più prestigiosi hotel di Milano. Una catastrofe.

E’ vero: c’è la crisi, lo Stato non ha pagato per anni le imprese secondo tempi accettabili, manca un Governo che dia la direzione. Il Paese è in stallo…

Ma finiamola con gli alibi: paghiamo anni di zero investimenti sul futuro. Intrappolati nel boom degli anni ’80, non abbiamo visto cadere il muro di Berlino, non abbiamo previsto l’emergere di nuove potenze, non abbiamo capito nulla di quanto accadeva fuori dalla Penisola. Abbagliati da una classe dirigente ignorante e provinciale. A tutti i livelli.

La colpa è anche dei maghi della finanza, è anche dell’Europa, è anche di tutti gli altri. Ma è -in primis- nostra. Finché non individueremo i maggiori responsabili di questo sfacelo (noi stessi), non potremo porvi rimedio.

Lo sapete che, secondo il WTO, nel 2012 siamo scivolati al nono posto (uno in meno), nella quota di esportazioni a livello mondiale? Arretriamo anche negli scambi globali: è l’effetto di quella straordinaria denuncia che la Commissione Europea ha messo nero su bianco.

La fuga dei migliori talenti all’estero è l’ennesimo effetto, non la causa del problema.

Basta alibi. Basta dare la colpa agli altri. Guardiamoci dentro, in modo intellettualmente onesto. Scopriremo un sacco di problemi.

 

Quando i conti non tornano…

InDeclino Italia su 3 aprile 2013 a 09:00

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I conti, come sempre, non tornano. Una panoramica delle statistiche rese note nelle ultime settimane conferma la necessità e l’urgenza di riforme strutturali e -permetteteci di dirlo- “culturali” importanti:

-l’Istat conferma: la laurea, che tradotta in termini concreti significa “capitale umano qualificato”, serve sempre meno in Italia. Gli “under 35″ senza lavoro nella Penisola ormai sfiorano quota 200mila +28% sul 2011 e +43% sul 2008. Numeri che esplodono se ci spostiamo nel Sud, e se consideriamo le giovani laureate meridionali;

-secondo l’Isfol, il 43% dei disoccupati in Italia indicano quale principale ostacolo incontrato nei colloqui di lavoro l’eccessiva formazione (!) Il mismatch è dunque evidente: ma occorrerebbe ribaltare stavolta la prospettiva. Qui siamo di fronte a un mismatch clamoroso tra l’Italia, Paese ormai sempre più arretrato nel suo sistema produttivo complessivo, e la sua forza-lavoro, che sta -pur lentamente- qualificandosi sempre di più. Se il sistema-Paese non fa un balzo in avanti, le punte di eccellenza di questa forza-lavoro qualificata emigreranno. Anche in considerazione dei salari troppo bassi (l’offerta economica insoddisfacente si colloca al secondo posto, nella classifica delle difficoltà incontrate in sede di colloquio);

-sempre a proposito di salari: secondo l’Ocse ci collochiamo al 22esimo posto tra i Paesi industrializzati, per salari medi netti. Ci battono pure Spagna e Irlanda (!) Il salario medio netto di un single senza figli in Italia è di 25.303 dollari, meglio solo di Grecia e Portogallo. Irraggiungibili Germania (33.683) e Gran Bretagna (39.572). Poi ci chiediamo ancora perché i migliori professionisti italiani espatrino. Ma c’è di più, perché l’italiano medio appare davvero “cornuto e mazziato”: per pressione delle tasse e dei contributi sul lavoro dipendente (cuneo fiscale) siamo infatti sesti, nella classifica Ocse, col 47,6% nel 2012. Alta tassazione e salari netti bassi: il vero paradosso di un Paese che difficilmente può continuare a definirsi “potenza mondiale”;

-…e non è solo colpa del cuneo fiscale, se i salari netti in Italia sono bassi: secondo l’istituto di statistica federale tedesco, nella classifica del costo del lavoro, l’Italia si colloca all’undicesimo posto in Europa, con 27,20 euro l’ora, dietro Svezia, Belgio, Danimarca e numerosi altri Paesi europei. Più probabile ritenere che i salari italiani siano il risultato di un mix micidiale tra tassazione alta e una cultura dello stipendio ritoccata “culturalmente” verso il ribasso, isn’t it?

-allargando lo sguardo alla situazione generale, la Commissione Europea ci ha spiegato come la crisi abbia avuto effetti molto duri, nella Penisola: la popolazione in difficoltà è salita al 15%, mentre -tra i grandi Paesi europei- il nostro è quello che ha registrato l’aumento della disoccupazione più marcato, nell’ultimo trimestre 2012. In tutto questo, è crollata pure la produttività.

-infine, scontiamo altri due grossi problemi: il primo, siamo un Paese ancora a “innovazione moderata”, sempre secondo l’UE. Nella Penisola non funzionano i finanziamenti e gli aiuti, insieme agli investimenti delle imprese, “ben sotto” la media europea. Calano i capitali di rischio e le spese per l’innovazione diverse da quelle per ricerca e sviluppo. Così accade -secondo problema- che, se nella classifica di attrazione degli studenti extra-UE non ce la caviamo malissimo (30.260 nel 2011, quarti in Europa), in quella di attrazione dei ricercatori scivoliamo a un misero 353, ottavo posto UE (più probabilmente il nono, perchè i dati della Gran Bretagna non sono conteggiati).

Basterebbe un’occhiata a questa pagina, e a questi dati, per capire quali sono i problemi strutturali e culturali di un Paese ormai avvitatosi su se stesso. Una “Bella Addormentata”, che se aspetta ancora qualche mese o qualche anno a svegliarsi, si troverà da sola. Tutti i Principi Azzurri saranno già emigrati, nel frattempo.

I dati di una catastrofe. “Houston, we have a huge problem!”

InDeclino Italia su 20 marzo 2013 a 09:00

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La gravità della situazione sta tutta in una manciata di dati, resi noti negli ultimi giorni. Dati che non possiamo ignorare. Non serve lavarsi la coscienza, facendo titoloni un giorno qualsiasi della settimana sui giornali. Per poi dimenticarsene il giorno dopo.

Una nazione che ambisce a restare nella “Champions League” del G8/G20 non può che correre immediatamente ai ripari, di fronte a queste evidenze:

-dati Almalaurea: nell’ultimo anno è calato ulteriormente il tasso di occupazione dei laureati. I senza lavoro fra i triennali sono passati al 23% (+4%), fra gli specialistici siamo al 21% (+1%). Crollano i contratti a tempo indeterminato (-13% fra i triennali), le retribuzioni nette a un anno dalla laurea sono di poco superiori ai mille euro, ulteriormente in calo. Almalaurea calcola che in quadriennio le retribuzioni reali per i neolaureati sono diminuite del 16-18%.

-se questi dati vi sembrano pesanti, pensate che l’Istat ci ha messo il suo “carrico da 11″: siamo il Paese maglia nera nell’Ue per laureati. La quota di 30-34enni con un titolo di studio universitario è appena del 20,3%. Fate attenzione al prossimo numero: la nostra media di giovani “dottori” è inferiore del 14,3% alla media europea. Stendiamo infine un velo pietoso sul fatto che, sempre secondo l’Istat, l’Italia è seconda solo alla Spagna -nell’Ue- per l’esclusione dal lavoro dei giovani, e l’unico con bassissime opportunità di occupazione regolare. Solo poco più di tre giovani su dieci lavorano, con un tasso di occupazione del 33,8% tra i 20-24enni. La quota dei Neet è arrivata al 22,7%.

-in questo contesto, possono suonare profetiche le parole del Governatore di Bankitalia Ignazio Visco, l’unico -lasciatecelo dire- a livello istituzionale, che ha compreso a fondo la gravità del problema evidenziato da queste cifre: “occorre un disegno organico, rivolto al futuro, che sappia parlare soprattutto ai giovani“, ha recentemente dichiarato. Secondo Visco, i giovani hanno sofferto maggiormente la grande recessione iniziata nel 2008“. Visco ha rilevato che ”mentre i giovani occupati sono scesi di 7 punti nell’ultimo quadriennio, quelli che hanno scelto di andare all’universita’ sono saliti solo dell’1%. E’ mancata una forte risposta di ricerca di conoscenza, per poter far fronte a un mondo ormai molto diverso. E il nostro sistema economico si sta aggiustando con ritardo – o forse non si sta aggiustando affatto“, ha concluso il Governatore di Bankitalia, prima di chiosare: “capitale umano e investimenti in conoscenza sono importanti. Occorre investire lì“. In un unico discorso, Visco ha assommato: a) la denuncia della condizione giovanile in generale; b) la denuncia di un Paese che spreca non solo i giovan in generale, ma pure quella minoranza di loro che -contro tutto e contro tutti- investe in formazione; infine, c) la denuncia di un sistema-Italia che sia nelle sue componenti politiche, sia in quelle industriali, risulta ormai in drammatico ritardo nelle sfide poste dalla globalizzazione. “Servono riforme“, ha tuonato Visco.

Nell’attesa che le riforme arrivino, i giovani scappano: l’ultima indagine Demos, sul NordEst, ha rilevato che il 76,8% delle donne 15-24enni e i 67% dei loro coetanei uomini ritiene che l’unico modo di fare carriera sia andare all’estero. Il dato scende, ma di poco, tra i 25-34enni: 69,1% di donne e 57,5% di uomini, per risalire fra i 35-44enni: 69% di donne e 64,7% di uomini. Il 76% dei 15-24enni ritiene che oggi avere una laurea non assicuri un lavoro ben pagato. Questo è il parere dei giovani del Triveneto, una delle aree più produttive del Paese.

Un grazie finale alla neopresidente della Camera Laura Boldrini: nel suo discorso di insediamento, ha pronunciato una frase che dimostra una sensibilità assolutamente non scontata, verso il problema: “quest’Aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontani dall’Italia“.

 

+ Fate Presto! +

InDeclino Italia su 6 marzo 2013 a 09:00

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Copiamo volentieri questo storico titolo de Il Sole 24 Ore (vecchio di solo un anno e mezzo…),  per ribadire quanto -al di là della difficile situazione politica contingente- non ci sia più tempo da perdere, per rimettere in piedi il Paese.

Il sondaggio che abbiamo lanciatosu Facebook  dopo le elezioni, sull’opportunità di restare o scappare dal Paese, ha restituito un quadro unanime: chi è in Italia se ne vuole fuggire, ora più che mai, chi invece è all’estero non ha dubbi… ci vuole rimanere.

La gravità del momento sta tutta nelle cifre:

-la disoccupazione giovanile ha toccato quota 38,7%. E’ vero che questi numeri cominciano a non fare quasi più notizia, considerata la loro ascesa costante. Ma non per questo sono meno gravi;

-i precari sono 2 milioni 800mila;

-all’interno di questo contesto, il Pil 2012 è crollato del 2,4%, il debito pubblico è arrivato al 127% del Pil e ci sono -più in generale- 3 milioni di senza lavoro. Mentre la pressione fiscale ha raggiunto il 44%!;

-i salari italiani sono in caduta libera: siamo al dodicesimo posto nell’Ue, la Germania -altro gigante manifatturiero- ci sopravanza del 14,6%. Siamo abbondantemente sotto anche UK e Francia;

-secondo Il Sole 24 Orea soffrire la crisi sono soprattutto i laureati, categoria che ha visto aumentare mggiormente la nuova disoccupazione rispetto al 2011: +43%, contro il +18% dei diplomati;

-in tutto questo, è boom per le partite Iva dei giovani: +8,1% nel 2012, quasi sei punti sopra la media generale. Questo alla faccia di tutti i tentativi fatti, anche per legge, affinché sparissero i cosiddetti “lavori dipendenti mascherati da partite Iva”.

Non c’è più tempo da perdere, indipendentemente da chi governerà nei prossimi mesi. Ogni non scelta rappresenta un passo in più verso il baratro. Mai come in queste settimane l’Italia è tornata a ballare sull’orlo dell’abisso. E come ci confermano i nostri riscontri online, i giovani -in Italia e all’estero- lo hanno capito prima e meglio di tutti.

 

 

“In Italia, l’Illusione è l’unica realtà”

InDeclino Italia su 26 febbraio 2013 a 14:00

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Un Paese che non vuole accettare la dura realtà di un mondo che è cambiato, un Paese che si trastulla nelle illusioni e nei sogni venduti low cost. Che guarda sempre a un passato che non  tornerà mai più, anche nei programmi politici… invece di cercare di capire come sarà il futuro. E quale sarà il suo posto nel mondo (se ci sarà) nei prossimi anni.

Illuminante analisi dello scrittore Tim Parks, da 32 anni residente in Italia. Che il 23 febbraio aveva già capito come sarebbe andata a finire. Analisi con cui non si può che essere d’accordo al 101%. E che lascia, spiace dirlo, ben poche speranze. Spiace davvero.

Da “The New York Times”, 23 febbraio – clicca qui per leggere l’articolo sul sito del NYT

In Italy, Illusion Is the Only Reality

By TIM PARKS

IT takes a certain talent to live in happy denial, to slide toward the edge of a precipice and be perfectly relaxed about it. Of all the talents that Italians are renowned for, such nonchalance is perhaps their greatest. Their economy is in deep recession; more than one in three young adults are unemployed; they are unable to compete economically with their neighbors; yet they continue as if nothing were happening, or as if a small glitch in the dolce vita could be fixed with the wave of a wand.

In particular, whether in awe or horror, they continue to be enchanted by the pied piper Silvio Berlusconi, the former and perhaps future prime minister and fabulously wealthy media magnate. In the run-up to the elections that begin today, he has promised to abolish the stiff property tax that was introduced by the previous government and is largely responsible for bringing a little credibility back to the country’s finances (and that he voted for himself when it was introduced). Not only would he abolish it, but he would actually pay back what Italians paid on it last year.

The announcement, despite coming from a man who has repeatedly failed to turn even the most promising political and economic circumstances into anything resembling the collective good, earned Mr. Berlusconi a considerable leap in the polls.

I have lived in Italy for 32 years. One of the first things that struck me was the relation between action and consequence, which is different in the other countries I knew, Britain and the United States. Here someone is found to have abused their position of public office — given jobs to relatives, accepted bribes, spent public money on personal pleasures — but does not resign, does not think of resigning, attacks the moralists and sails on regardless.

Statistics show that tax evasion is endemic, and the more so the more one moves south, to the point that around Naples, dentists declare lower incomes than policemen. Needless to say, the fiscal shortfall has to be made up with government borrowing and higher taxes for those who do pay.

Meanwhile, though sports is glaringly corrupt, fans are as passionate as ever. As the owner of the big soccer club A. C. Milan, Mr. Berlusconi decided, at the beginning of his campaign, to buy the star striker Mario Balotelli. Again he was rewarded in the opinion polls.

The constant discrepancy between how one might expect things to pan out and how they actually do is nothing new. On a tour through Italy in 1869, Mark Twain wrote, “I can not understand how a bankrupt Government can have such palatial railroad depots.”

Things don’t change. Italy recently completed Europe’s fastest train service; one can travel the 360 miles from Milan to Rome nonstop in just 2 hours and 45 minutes. In a country with a huge debt, this wonderful engineering feat has cost an astonishing 150 billion euros (about $200 billion).

Nobody seems sure where the investment came from or how the project will be paid for. One thing is certain: much of the money that legally should have been allotted to local services must have found its way to the high-speed project; to accommodate the few going fast, hosts of working people grind to the office in dirty, overcrowded trains. But what matters is the gleaming image of progress that the service projects.

Benito Mussolini, perhaps the first great propagandist of the modern era, understood perfectly this aspect of Italian psychology. “It is faith which moves mountains because it gives the illusion that mountains move,” he said. “Illusion is perhaps the only reality in life.”

On Jan. 27, at a ceremony for the national Holocaust remembrance day, Mr. Berlusconi felt it was the right time to say that Mussolini had actually done many good things and was not such a bad guy. He was rewarded with another upward twitch in the opinion polls.

It is the constant impression of people outside Italy that Mr. Berlusconi is some kind of evil buffoon and that the vast majority of Italians repudiate him. They cannot understand how a man so constantly on trial for all kinds of corruption, a man with a huge conflict of interest (he owns three national TV channels and large chunks of the country’s publishing industry), remains at the center of power.

The answer, aside from the extraordinarily slow and complex judiciary and a distressing lack of truly independent journalism, is that Mr. Berlusconi’s political instincts mesh perfectly with the collective determination not to face the truth, which again combines with deep fear that a more serious leader might ask too much of them. One of the things he has promised is a pardon for tax evaders. Only in a country where tax evasion is endemic can one appeal to evaders at the expense of those who actually pay taxes.

The mirror image of Mr. Berlusconi might be the caretaker prime minister Mario Monti, an unelected professor of economics, who took over in late 2011, in the middle of the euro crisis. Foreign observers are convinced Mr. Monti did a great job and deserves re-election; this is naïve. As many Italians see it (and I agree), the professor merely bowed to pressure from Berlin, cut spending where there was least resistance and taxed everybody without regard to income. His election campaign, based on a rhetoric of dour seriousness, has been disappointing. As a colleague remarked, if one is to be fleeced by the government anyway, better the entertainer than the pedant.

One entertainer seeking to capitalize on the situation is Beppe Grillo, a rowdy ex-comedian-turned-political blogger whose Five Star Movement proposes to sweep away the corrupt political order and promises a utopia of salaries for the unemployed and a 30-hour workweek. Mr. Grillo’s style is so demagogical and his party so dependent on his inflammatory charisma that the 20 percent of the electorate supposedly planning to vote for him must surely have decided that it simply does not matter if the country is ungovernable after the elections.

Alternately, it may be that people feel that nothing can be done anyway, so great is the power exercised over Italy by the European Union; hence it is largely unimportant whom they vote for. Perhaps it is the effect of centuries of Catholic paternalism and reckless electoral promises, but nobody seems to envision a practical series of reforms to get from where we are now to where we might want to be; in its place there are prayers and fiscal fantasies.

Mussolini later corrected his comments on illusion. “It is impossible to ignore reality,” he said, “however sad.” One wonders, as this election approaches, how near Italy is to the moment when denial is no longer possible. I imagine Mr. Berlusconi re-elected and the stock market crashing, the country’s international credibility melting away so that he must be removed in a matter of days. But then perhaps Italy’s woes will be attributed to the perversities of international finance.

What is never countenanced is the notion that one has made very serious mistakes, or that one might really have to adjust to a reality where economic initiative has shifted decisively to the East, and investment capital with it. Almost every political program in Italy expresses a desire to return to the past, rather than understand the country’s place in a changed world.

Tim Parks is a novelist and translator and the author of the forthcoming book “Italian Ways: On and Off the Rails From Milan to Palermo.”

Sei domande in vista delle elezioni

InDeclino Italia su 13 febbraio 2013 a 09:00

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Qualche dato su cui riflettere, in attesa di altre -interessanti- statistiche sulla fuga dei talenti, che vi preannunciamo per il weekend:

-nel 2012 l’industria italiana ha perso il 6,7% in termini di produzione. E’ stato l’anno peggiore, se consideriamo un periodo che inizia nel 1990. E nel 2013, secondo il Centro Studi Confindustria, le cose non dovrebbero migliorare molto;

-il 2012 ha chiuso negativo in tutti i comparti dell’industria: i volumi produttivi sono ormai in gionocchio;

-secondo un’analisi Intesa-Prometeia, la manifattura italiana perde 100 milioni di euro al giorno. Perde nettamente chi punta sul mercato interno, riesce invece a guadagnare chi porta i propri prodotti sui mercati esteri: il problema, rilevano gli analisti, è che le nostre imprese esportatrici sono appena il 4% del totale, un terzo rispetto alla percentuale tedesca – senza contare che sono troppo piccole;

-secondo un recente articolo de Il Sole 24 Ore, l’Europa industriale viaggia ormai a due velocità: mentre Francia, Germania e Inghilterra tengono o guadagnano quote, Italia e Spagna perdono competitività;

-a proposito di compettività, l’hedge fund Bridgewater, dell’italoamericano Ray Dalio, ci mette all’ultimo posto in classifica, dietro persino la Grecia, prevedendo una contrazione del Pil tricolore pari all’1% annuo lungo tutto il prossimo decennio. Ci sono problemi culturali, oltre che strutturali, sottolinea il rapporto. E’ come se il sistema-Paese, sommando una serie di comportamenti dannosi, avesse ormai rinunciato a crescere;

-per chiudere con i giovani, secondo Datagiovani, in 20 anni il nostro Paese ha perso oltre 2 milioni e 800mila under 25. Solo in Spagna la riduzione è stata più ampia. Il peso dei giovani si è contratto di 5,6 punti in 20 anni. Ora contano solo per il 10% sul totale della popolazione. Per paradosso, 2,1 milioni di loro sono inattivi, o Neet.

Una campagna elettorale seria, in un Paese serio, dovrebbe porsi delle domande precise:

-perché la nostra industria perde colpi? E’ un problema solo congiunturale, o anche strutturale?

-forse abbiamo perso competitività? Forse il “piccolo è bello” è un mito che ci ha fatto perdere posizioni in tutte le classifiche? Forse dovremmo cominciare ad aggregare le imprese?

-e una volta che le abbiamo aggregate, forse non dovremmo cominciare a remare tutti nella direzione degli investimenti in ricerca e sviluppo? Insomma, nell’innovazione? Forse è giunto il momento di cambiare pelle al nostro tessuto industriale, spingendo con decisione le imprese ad alto contenuto innovativo, favorendole rispetto a quelle che stanno ormai uscendo dal mercato?

-poiché i mercati esteri rappresentano sempre più lo sbocco necessario per produrre e vendere, non avremmo forse sempre più bisogno di internazionalizzarci? E a questo proposito, non servirebbe una classe dirigente giovane, aperta alla globalizzazione, con significative esperienze all’estero?

-un Paese che vede sempre più assottigliarsi la quota di giovani e aumentare quella degli anziani, che futuro avrà? E se a questo aggiungiamo che la generazione dei (pochi) giovani rimasti è -nei fatti- una generazione perduta, dove pretendiamo di andare?

-infine e per riassumere, da dove ripartire? Forse rinnovando totalmente la nostra classe dirigente? Offrendo a chi è oggi all’estero posizioni apicali nel settore pubblico e privato, per tornare e reinventare da zero un modello-Paese?

Questi sono i dati-chiave di un Paese di fronte alla più importante campagna elettorale degli ultimi 20 anni. Queste sono le domande da porre.

Tutto il resto sono chiacchiere. Tutto il resto è un fallimento annunciato. E una decadenza certa. Forse lenta. Ma certa.

I veri problemi di cui parlare in campagna elettorale

InDeclino Italia su 6 febbraio 2013 a 09:00

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Quattro milioni 341mila 156: l’ultimo dato sui residenti italiani all’estero (aggiornato al 31 dicembre 2012) è stato reso noto pochi giorni fa in Gazzetta Ufficiale.

Due milioni 365mila 170 sono residenti in Europa, 1 milione 338mila 172 in America Meridionale, 400mila 214 in America Settentrionale e Centrale, 237mila 600 in Africa, Asia, Oceania e Antartide. Rispetto all’anno precedente, l’incremento è stato di 132mila 179 italiani in più, residenti all’estero.

Non ci stancheremo mai di ripetere come questi siano dati molto generali, che accomunano vecchi e nuovi emigrati, sovrapponendo due “ere geologiche” completamente diverse tra di loro. Ma sono comunque indicativi, per fotografare il variegato mondo di italiani all’estero… di cui questo Paese tende un po’ troppo spesso a dimenticarsi.

Dimenticarsi, per inciso, anche in campagna elettorale: quella che era nata come la “campagna delle campagne”, un’elezione in qualche modo storica, decisiva per definire le future sorti del Paese (rilancio o fallimento?)… sta franando su temi che sono completamente inutili. Se non addirittura dannosi. Facendo crescere il pessimismo di chi ritiene che l’Italia si stia incamminando verso il baratro. Ancora una volta sulle sue gambe.

Sono 200-300 euro di Imu a famiglia il problema dell’Italia? No. No. E ancora no. Un Paese che si concentra sull’utilità o meno di vedersi restituire una quantità così misera di soldi è un Paese che merita la condanna della storia.

Un Paese che prepara le elezioni avendo a cuore il proprio futuro, e quello dei suoi figli, perdendo di vista i 200 euro di oggi per politiche di medio-lungo periodo di domani, è un Paese in grado di guardare alle sfide del futuro, nell’ottica di un rilancio globale.

Guardiamo ai veri problemi: problemi che partono dai giovani. Illuminante, in questo senso, un’indagine del Coinor, dell’Università Federico II di Napoli. Utile, estremamente utile a capire perché i migliori e più qualificati talenti di questo Paese emigrino.

Al Coinor hanno sorteggiato 2000 laureati dell’università partenopea, cercando di capire cosa ne è stato di loro, dopo il titolo: ebbene, il 34,1% (uno su tre!) lavora all’estero – non solo, ben 470 di questi 682 espatriati ha raggiunto posizioni apicali all’interno di aziende straniere. Solo un quarto lavora ancora a Napoli o in Campania: il 17% invece si è spostato all’interno dell’Italia. Infine, il 22% è disoccupato, o lavora come precario.

Fattore ancora più grave: sono le facoltà scientifiche quelle che producono più “talenti da esportazione”: Ingegneria, Fisica e Chimica. Ma anche gli economisti napoletani si rivelano ottimi manager, all’estero.

E’ una vera e propria rivoluzione silenziosa nei confronti di un Paese che non sa offrire una qualità della vita e di lavoro tale da essere competitivo con altre nazioni“, sintetizza il rettore Massimo Marrelli al quotidiano “Il Mattino”. Marrelli aggiunge: “si può dire che noi investiamo in formazione e creiamo professionisti che portano ricchezza fuori. Consideriamo poi che l’intero percorso scolastico e universitario costa circa 100mila euro. Un peso che grava direttamente sul territorio che ha ospitato il giovane che, nel nostro caso, sceglie spesso di andare a lavorare all’estero“.

I dati sui giovani laureati napoletani riflettono -su scala più ampia- la crescente disillusione dei giovani studenti universitari italiani: per sei su dieci la laurea non basta, serve più meritocrazia (indagine del Gruppo San Pellegrino). Oltre il 20% di loro ha già pronte le valigie per andare all’estero. Qualcuno, commentando i dati, ha aggiunto “solo il 22%”… Che quasi un laureato su quattro pensi di andarsene voi lo definite “solo”???

Merito, formazione, innovazione, globalizzazione, nuove politiche industriali, riconnessione tra capitale umano all’estero e capitale umano in Italia: questi son0 i veri temi che vorremmo vedere discussi -anche animatamente- in campagna elettorale. Temi per il futuro del Paese e dei suoi figli, questioni cruciali per far ripartire il Paese. Ed evitare un’altrimenti inevitabile decadenza.

Non sono i 200-300 euro di Imu la soluzione. Quella è solo carità pelosa. E con la carità pelosa non si va da nessuna parte. O meglio, si viaggia a folle velocità verso il baratro.

La ricerca? Meglio fare il lampredotto…

InDeclino Italia su 3 febbraio 2013 a 09:00

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Eccezionale video-denuncia della sezione Report Time di Corriere.it: in un Paese che, per effetto combinato del calo demografico e della sempre minore spendibilità della laurea sul mercato del lavoro, perde decine di migliaia di matricole universitarie, anche chi vorrebbe restare a fare ricerca in ateneo si vede costretto a cambiare -drasticamente- settore di lavoro.

Resta la domanda: con queste premesse, quale futuro ha l’Italia?

Grazie a Marco, del gruppo Facebook “La Fuga dei Talenti”, per la segnalazione!

CLICCA SUL VIDEO PER SAPERNE DI PIU’

 

 

Classe Dirigente “Zero Tituli” e Campioni Nazionali all’estero

InDeclino Italia su 30 gennaio 2013 a 09:00

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La recente vicenda del Monte dei Paschi di Siena, se mai ce ne fosse stato bisogno, racconta il “B Side” di una classe dirigente italiana che non ha davvero più nulla da invidiare a quella di un qualsiasi Stato del Terzo Mondo. Quando le varie classifiche internazionali sulla corruzione o sulla trasparenza, o sulla competitività, ci collocano allo stesso livello del Botswana o del Ruanda… dobbiamo solo dare loro ragione.

Stridente paradosso, quello di un Paese che tanta eccellenza ha prodotto nella storia, al punto da divenire un “brand” nel mondo… con una classe dirigente che ha fallito tutto. Ha fallito nella politica (non c’è bisogno di aggiungere altro), nell’imprenditoria (a parte pochi campioni nazionali e tante medie imprese che lottano contro tutto e contro tutti per innovare, il resto è un groviglio di Pmi che rischiano presto l’uscita dal mercato globale), nelle professioni (rimaste incardinate a degli Ordini sepolcrali e antistorici), nella cultura (siamo riusciti a distruggere quanto di bello avevamo, non era facile)… e perché no? Anche nel giornalismo. Appiattito e asservito al potere. Qualsiasi esso sia. Solo per citare alcuni casi emblematici.

E’ come prendere l’Inter del Triplete di Mourinho e darla in gestione a Oronzo Canà. Avrebbe mai vinto scudetto, Champions League e Coppa Italia?

E’ un’Italia in profonda crisi strutturale da oltre 20 anni, che continua a chiedersi dove ha sbagliato. Il problema è che a chiederselo sono gli stessi che l’hanno rasa al suolo. La vicenda Mps è sconcertante: racconta il microcosmo di un’intera città, dove tutti erano amici di tutti, nel nome di una spartizione delirante delle risorse di una banca con oltre 500 anni di storia. Dove, dietro il paravento di una rispettabile istituzione, qualsiasi corrente di potere, di centrosinistra, di centrodestra, dei massoni o religiosa, pretendeva e otteneva soldi e potere. Alla faccia di qualsiasi logica di libera competizione e concorrenza. Il sistema ha retto finché ha potuto, nascondendo il marcio sotto lo zerbino. Poi è esploso tutto.

Il simbolo più lampante di una classe dirigente italiana da “zero tituli”, classe dirigente che negli ultimi 20 anni non ha vinto nulla. Anzi: ci ha fatto retrocedere in tutte le classifiche mondiali. Davvero incredibile: con la cultura calcistica che abbiamo, li avremmo esonerati dopo due mesi, se solo si fosse trattato di calcio… Altro che 20 anni!

Invece, mentre questa classe dirigente perdeva tutte le partite della storia, mandando in campo una massa di incapaci, incompetenti, mediocri e raccomandati, noi spedivamo i giovani talenti del nostro vivaio all’estero, dove -come insegnano decine e decine di storie pubblicate su questo blog- vincevano trofei a ripetizione. Portando a casa Champions League su Champions League. Ovviamente con una squadra straniera. I talenti che rimanevano qui, soffrendo, li lasciavamo in panchina. “Chi ti manda?” “Nessuno“… “Allora aspetta il tuo turno“. Che ovviamente non sarebbe mai arrivato.

Il futuro, se vogliamo evitare l’ultima e definitiva retrocessione, per cominciare magari a risalire di qualche categoria, passa dal richiamare questa classe dirigente da “Champions” qui. Affidando a loro e ai “panchinari-eroi” finora rimasti le leve del potere. Trasformandoli in classe dirigente. Punto. Senza compromessi. Chi ha sbagliato deve pagare. Tabula rasa.

Il futuro, aggiungo, passa per un ribaltamento radicale dei modelli. Il VINCENTE, in Italia, non è il raccomandato, il mediocre, il furbo, l’evasore fiscale, l’amico dell’amico, l’ignorante, il ladro. Quello è un PERDENTE.

Il vero VINCENTE, cari connazionali, è chi ha talento, chi gioca rispettando le regole, l’outsider, chi paga le tasse, chi ha investito in formazione, chi rischia e innova.

Finché non operiamo questa radicale trasformazione di punto di vista continueremo ad essere un “Paese ZERO TITULI”.

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