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La Pensione dei Vecchi che non lasciano mai…

InDeclino Italia su 21 luglio 2010 a 09:00

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Che faccio dopo la pensione?“, chiedeva angosciato lo scorso autunno Vincenzo Carbone, ora ex-primo presidente di Cassazione. Eh, già, cosa potrà mai fare un ultrasettantenne in un Paese normale? Beh… leggere libri, prendersi una bella vacanza, godersi gli ultimi anni di vita, accudire i nipotini.

Non così in Italia, dove il cancro del potere corrode -dentro- gli uomini: nonostante sia vecchio, Carbone non ne vuole proprio sentir parlare di pensione. Le poltrone, le stanze dei bottoni gli mancano ancor prima di lasciarle. Così entra in contatto con la P3 dei “quattro pensionati sfigati” (ancora una volta i vecchi, i pensionati…), che lavorano dietro le quinte per offrirgli -a scelta- un emendamento in grado di estendere a 78 anni l’età pensionabile, o addirittura la presidenza della Consob. Come se si trattasse di una qualsiasi Associazione delle Giovani Marmotte. Ma parliamo della Consob: l’autorità indipendente che dovrebbe vigilare sull’efficienza e sulla trasparenza delle attività del mercato mobiliare italiano!

Ho preso un episodio particolare, tra i tanti dell’ennesimo scandalo dell’ultima (sarà così?) “cricca” emersa da questa gigantesca palude di malaffare e corruzione all’italiana, per dimostrare come -alla fine- al cuore del problema ci siano sempre gli stessi ingredienti. Vecchi corrotti-corruttori-corruttibili (date un’occhiata alle foto sui giornali, troverete ben pochi giovani in questa vicenda), meritocrazia ignorata in modo sfacciato, consociativismi della peggior specie. Al limite della loggia segreta. Una logica di potere basata sull’appartenenza, sulla contiguità ai Palazzi, ai “Cesari” di turno. Una logica tribale, certamente lontana anni luce dal mondo occidentale.

Sui giornali, in televisione e nei convegni si continua a parlare di merito, di talento… di giovani. E’ dietro le quinte, però, che si consumano i veri “affari”. Quelli peggiori. Quelli decisivi. Siamo arrivati al cuore del “muro di gomma” che ha rovinato e sta rovinando l’Italia, che sbarra la strada ai suoi giovani migliori, obbligando i talenti ad emigrare? Scambio di potere politico -secondo la migliore tradizione- quando va bene. Illegalità pura, che sfocia nel crimine, quando va male.

Intanto la classe dirigente che governa il Paese affonda, travolta dalle inchieste: tra pregiudicati e processi in corso, l’impressione è di trovarsi in un qualche Stato sudamericano semi-fallito e sull’orlo della bancarotta. Ma siamo in Italia, tranquilli…

O forse no: dati Istat alla mano, quasi otto milioni di italiani, il 13% della popolazione, è povero. E chi è povero, sta diventando sempre più povero, ci informa l’agenzia statistica nazionale. Secondo i ricercatori che hanno curato l’indagine, a contenere una crescita ulteriore della povertà hanno -paradossalmente- contribuito i giovani: l’80% del calo occupazionale ha infatti colpito loro! Pazzesco! Quale futuro ha un Paese che distrugge -anno dopo anno- il futuro dei suoi giovani, obbligandoli a riparare in famiglia, divenuta il vero nuovo ammortizzatore sociale? Perché nel resto d’Europa non è così, perché il reddito minimo all’estero aiuta i giovani quantomeno a poter mettere in cantiere un progetto di vita indipendente? Persino un Rapporto della Camera denuncia come nel 2009 -al Sud- i giovani disoccupati rappresentavano il 36% del totale, contro il 20% al Nord. “L’Italia preoccupa”, ammette in un’intervista il Commissario Europeo all’Occupazione, Laszlo Andor. E Bankitalia, nel Bollettino Economico, prevede un tasso di disoccupazione in crescita nei prossimi trimestri, con i giovani più colpiti rispetto agli adulti…

Non resta che andarsene, lo scrivo da mesi. Quando questa Italia dei vecchi, del peggior consociativismo, della raccomandazione, della immeritocrazia, si troverà spopolata dei suoi giovani migliori, sarà costretta a fare marcia indietro. Se vorrà evitare l’affondamento definitivo.

Ammetto -al proposito- che mi hanno colpito le statistiche Eurobarometro sulla mobilità degli europei, rese note la scorsa settimana. Secondo le quali, solo il 4% degli italiani pensa a un futuro lavorativo all’estero, contro una media europea del 17%. Sarebbe interessante conoscere meglio il campione di popolazione preso in esame nel nostro Paese: quanti giovani, quanti laureati, ecc.. Per una volta mi dissocio dalle statistiche: non perché contraddicano quanto vado affermando da tempo. Semplicemente perché il flusso in uscita dei nostri giovani professionisti qualificati (laurea o laurea + master) è una realtà acclarata, che supera i sondaggi d’opinione.

Forse i più sinceri -in quel sondaggio Eurobarometro- sono stati gli stranieri: alla domanda “in quale Paese vorresti espatriare per lavoro?”, l’Italia figura solo all’ottavo posto, superata da Usa, UK, Australia, Spagna, Germania e Francia. In coppia, col 9% delle preferenze, con il Canada.

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