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¡Que viva España! Campioni del Mondo, e una lezione chiara: sono i giovani la chiave del successo. Con un’età media di soli 25 anni, di fronte alla quale i nostri “nonnetti Azzurri” facevano onestamente ridere, le Furie Rosse hanno meritatamente conquistato la Coppa del Mondo.
“Certo, è solo un pallone. Ma il pallone tricolore è sgonfio, esausto, sfibrato. Sembra l’Italia. Infatti è l’Italia: giovanilista a parole, nella pratica spaventosamente gerontocratica e aggrappata alle rendite di posizione acquisite con l’età. E i giovani veri? Nella Nazionale e nella Nazione, fuori. Esclusi. Vezzeggiati, ma messi ai margini. Il talenti irregolare o sregolato, poco gestibile, fonte di guai e di disordine, resta a casa“: così scriveva Pierluigi Battista a fine giugno su “Il Corriere della Sera”, fotografando con esattezza la situazione.
Gli sciovinisti del sabato sera, quelli che esultano per una Spagna in crisi (fonte di supposte rivincite “patriottiche”), dovrebbero nascondere la testa sotto la sabbia per la vergogna. Non solo calcisticamente. Salvatore mi scrive via Facebook: “Visto che oramai in Italia Innovazione, Ricerca, Federalismo etc. sono diventate buzz words… mi chiedevo se da qualche parte: Napoli, Roma, Milano, Torino… o in qualche altra regione italiana esistesse una iniziativa simile o paragonabile a quella spagnola di Madrid“. E mi cita il network MDEA, una rete di ricerca internazionale promossa dalla Comunidad de Madrid. Aggiunge Salvatore: “La particolaritá che mi ha favorevolmente colpito di questa iniziativa é che questi spagnoli hanno avuto l’intelligenza di formare lo Scientific Council, con i migliori ricercatori nel campo, a prescindere della nazionalitá (anzi sembra quasi che fosse necessario il non risiedere in Spagna): http://www.networks.imdea.org/AboutUs/ScientificCouncil/tabid/648/Default.aspx Ora se esiste… un qualcosa del genere… mi piacerebbe venirne a conoscenza!!! Se non esiste, come tempo, che si aspetta a far partire iniziative del genere???“
Crisi o non crisi, è la mentalità vincente e moderna la ricetta per agganciarsi al treno della globalizzazione. Per questo sono convinto che la Spagna ce la farà, magari non subito. Ma ce la farà, a riprendersi più rapidamente dell’Italia. Anche lì i suoi giovani sono in difficoltà, con impieghi temporanei e sottopagati (meno di 1000 euro al mese): tuttavia, nella penisola iberica termini come “innovazione” non suonano esotici. Pure i giovani spagnoli paiono più determinati a prendersi ciò che sanno di meritare. Infine, non hanno un cronico problema di “raccomandazione” e “cooptazione”, come invece avviene dalle nostre parti.
Carlo mi invia qualche dato dalla Francia, giusto per riassumere: secondo l’Ocse (dati 2008 – da aggiornare ovviamente in peggio), il tasso di partecipazione al mercato del lavoro per i giovani italiani “under 24″ risultava del 35,9%, contro il 40,8% della Francia, il 52,5% della Spagna, e su su a salire. La media europea era del 45,4%: quasi dieci punti in più. Idem, per il tasso di disoccupazione nella stessa fascia d’età, dove l’Italia risultava seconda solo alla Spagna. Un confronto diretto Italia-Francia sui giovani laureati “under 24″ rivela inoltre come Oltralpe le cose vadano meglio: 6,1% di disoccupati in Francia, contro l’8,5% italiano. Anche la qualità dei contratti offerti dai “cugini” appare decisamente migliore: il 49,7% dei sono a durata indeterminata, contro il 26,4% di quelli determinati. Da brivido pure gli stipendi medi per Paese: ai 29.198 dollari italiani, si contrappongono i 35.292 dollari tedeschi, i 35.430 dollari francesi, i 40.825 dollari britannici. Ma soprattutto i 33.850 dollari della media europea. Siamo sempre sotto gli standard!
Perché? Le risposte le forniamo da un anno e mezzo, ormai. Ma in un anno e mezzo non è cambiato nulla. O meglio, decine di inchieste stanno portando a galla un liquame putrefatto di affaristi e politici, che negli ultimi anni hanno fatto di questo Paese carne da macello. In una nazione normale, un’intera classe dirigente -o supposta tale- sarebbe già stata spazzata via, sostituita con linfa nuova e -possibilmente- non corrotta. Qui tutto prosegue. Fino all’abisso.
Leggetevi questo bell’articolo (“L’amaro ritorno degli italiani“) comparso sul “Corriere d’Italia”, storica pubblicazione tricolore in terra di Germania. Ne anticipiamo solo un passaggio: il resto lo potete trovare cliccando su questo link.
“Ritorno a casa e mi sento come un estraneo!” esclama amaro un giovane sui vent’anni, parlandomi del suo ritorno in Italia per qualche giorno. Vive qui a Londra da nove mesi. Da poco è sceso nella sua Romagna, dopo essere rinato in questa metropoli a una vita nuova, totalmente differente. Qui si è abituato a vedere, a incrociare in ogni momento del giorno razze e culture più diverse, dall’India ai Caraibi. A farne un suo normalissimo ambiente di vita e di lotta.
“Ritornando a casa – riprende – vedi la tua terra con occhi diversi da com’era quando eri sempre lì. Sai, non notavi le cose…” Ciò mi incuriosisce. Mi fa pensare al pesce nell’acqua: fin che sei dentro non ti accorgi di nulla, tutto scorre automaticamente. Quando te ne allontani, hai un’altra percezione delle cose e dei meccanismi, più viva e attenta.
“È come se non avessi mai fatto parte di quella gente!” incalza, sorprendendomi.“Nel nostro Paese si sta come costruendo una massa di schiavi… Ormai, d’altronde, è impossibile sognare. Il sogno, quello che si aveva una volta da piccoli, non esiste più. La vita si è fatta dura. Ci si sveglia al mattino e come un incubo ti trovi davanti il mutuo da pagare…”
Sono le quattro pennellate che ti improvvisa un giovane, spiegando poi che tutto – pur nella complessità di un’enorme città – qui gli sembra più semplice. “Se non lavori hai dei sussidi, non sei abbandonato a te stesso. Se uno ha voglia di lavorare, lavora! Ma non è così in Italia…” Lasciandosi andare alla nostalgia gli sfugge, tuttavia, un“Home, sweet home!” come ripetono gli inglesi. Ciononostante – ve l’assicura – nessuno dei tanti giovani che conosce a Londra vuole tornare in Italia. Sì, solo per le vacanze”.