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Un diluvio. La discussione lanciata qualche settimana fa su alcuni gruppi LinkedIn, ha registrato una reazione record, che ha toccato i 100 commenti. Il tema della discussione:
“Una ricerca Gallup, presentata al Meeting Mondiale dei Giovani di Bari, ha messo in rilievo come solo il 44% dei giovani italiani sia ottimista, guardando al futuro. Negli stessi giorni il “Corriere della Sera” riportava come “siamo l’economia avanzata nella quale la minoranza costituita dai giovani ha pagato il prezzo più alto della recessione, e continua a farlo”. Ma è mai possibile che non esca mai una statistica nella quale si afferma che questo è un “Paese per giovani”? Quale consiglio dareste a un ventenne o trentenne che cerca un’affermazione professionale nel Belpaese?”
Ecco alcune delle migliori risposte:
Giuseppe: In dieci anni che vivo nei Paesi Bassi avrò aiutato quasi quattromila ragazzi Italiani a inserirsi nel mondo del lavoro .Il problema e che nessuno vuole più tornare in Italia!!!!!!!! Sarebbe meglio che i politici si muovessero subito!!!!!
Orlando: Brevemente: (1) Soffocante gerontocrazia /(2) Difficilissima mobilità verso l’alto /(3) Meritocrazia soffocata da nepotismo /(4) Stipendi da fame, fra i più bassi in Europa -Considerato quanto sopra, chi avrebbe il coraggio di chiamare l’Italia un “Paese per giovani”?
Paolo: Ottimismo per incominciare, cercare delle buone guide e dei buoni consigli, studiare, lavorare, lavorare subito anche se gratis (l’importante è incominciare), studiare e lavorare, imparare le lingue, andarsene, tornare, andarsene, tornare, andarsene…
Luigi: Io davvero no capisco: i salari bassi, se non vado errato, dovrebbero essere un fattore di competitività; allo stesso tempo il fatto che i giovani, in attesa di trovare un lavoro, accumulano titoli su titoli, anche questo dovrebbe aumentare la competitività, inteso come alta qualificazione. Inoltre viste le difficoltà, i giovani italiani danno il meglio di sé: non conosco molti altri Paesi dove siano disposti a lavorare per poche centinaia di euro per 40 ore settimanali più straordinari non retribuiti; per non parlare dei salari pagati con ampi ritardi. Restare o andarsene? in entrambi casi è una lotta! Oggi la mobilità internazione è un’opportunità immensa, non solo per la aziende. Perché non approfittarne?
Raphael: Ogni volta che sento qualcuno dire “Resto per lottare e resistere”, mi si dipinge un sorriso beffardo sulle labbra. La domanda successiva dovrebbe essere: “E in che modo stai resistendo e lottando?” Un buon modo per resistere e lottare sarebbe smetterla di accettare stipendi da fame, smetterla di accettare lavori in nero e impugnare i propri diritti ogni volta che vengono calpestati. Ma non conosco molta gente che sta attivamente facendo ciò. Non so se sia una cosa positiva il fatto che i giovani siano COSTRETTI e non DISPOSTI a lavorare per due soldi, oltre l’orario, e pagati in ritardo.
Lorenzo: Andare via dall’Italia ha significato per me a suo tempo trovare un salario più alto, questa e’ stata l’unica soluzione. Andando via dall’Italia, i salari per chi resta non possono che aumentare, visto che si abbassa la concorrenza per gli stessi posti.
Massimiliano: Io ho lasciato l’Italia per guadagnare bene, imparare molto e perché ho visto un futuro con la possibilità di sviluppare un progetto. Bisogna sempre essere positivi, guardare al bicchiere mezzo pieno, ma di certo non condivido l’accettare un lavoro non retribuito per cominciare…ma qui entriamo nel mondo del “compromesso” che mal si sposa con il famoso ottimismo.
Riccardo: L’economia in Italia va riformata, il lavoro costa troppo (in termini di contributi e tasse), tutte le attività sono iper-regolamentate, il che invece di rappresentare una tutela aumenta ancora di più le barriere all’entrata, la maggior parte dei settori sono chiusi in mano a caste che fanno di tutto per difendere le proprie rendite di posizione e, ultimo ma importantissimo, 2/3 delle famiglie hanno qualcuno che vive grazie allo stato, direttamente (impiegati statali) o indirettamente (appaltatori o sub-appaltatori di beni o servizi, proprietari di case affittate a enti, consulenti, ecc. ecc.. Tutto ció mina pesantemente l’efficienza, impedendo a chi é capace e volenteroso di avanzare. Io nella mia vita ho avuto a che fare con moltissime persone veramente in gamba, che di solito non sono arrivate a ricoprire ruoli di spicco, ma vengono utilizzati negli staff dei vari raccomandati o ruffiani di turno che arrivano al potere. Andare all’estero spesso é una scelta obbligata per chi non accetta queste condizioni e poi non si torna indietro.
Simone: dipende dai contesti. in linea generale andare fino a che non ci sarà un ricambio della classe politica. La mentalità dell’italiano medio lentamente sta migliorando, ma rimaniamo comunque un Paese retrogrado sotto ogni punto di vista, se comparato al resto d’Europa. Il problema dicevo, è la classe dirigente che oltre a fare ben poco per il Paese in generale, non fa proprio nulla per guardare al futuro, all’innovazione e di riflesso, alle esigenze dei giovani e dei nuovi business.
Maura: Sono d’accordo sulla gravissima problematica della gran parte dell’attuale classe politica e dirigente; naturalmente ci sono le eccezioni, ma è innegabile che in Italia molte persone hanno avuto incarichi importanti e di grande responsabilità non per competenza o merito, ma per conoscenze o agganci politici. L’Italia vive di rendita dalle glorie passate e dal Rinascimento, ma senza una visione ad ampio respiro ed una classe politica e dirigente competente la rendita piano piano non sarà più sufficiente.
Flavio: Se non può andarsene, meglio restare e lottare. Con le debite eccezioni, si fa carriera a prescindere dalle effettive competenze. Anzi, più sei competente più è difficile fare carriera. Forse perché se sei bravo, sei un potenziale pericoloso concorrente… Credo che l’Italia sia un Paese “vecchio” nella sua totalità. Un bel reset: probabilmente è l’unico modo per poter uscire da questo profondo periodo di crisi. Un reset che coinvolga tutti, indiscriminatamente. Un reset da cui ricominciare, bene. Chissà, magari la tanto temuta invasione del popolo cinese e indiano potrebbe dare una bella mano. E riportare un po’ di ordine…
Massimiliano: E’ estremamente difficile motivare il perché un giovane talento nostrano debba rimanere in patria piuttosto che andare a fare carriera all’estero. Si assiste, ormai, da tempo, ad una continua “umiliazione” del giovane volenteroso che non scende a compromessi moralistici per la conquista di un posto. La verità è che le fondamenta politico-istituzionali del nostro Paese sono molto vecchie e corroborate da un clientelismo che, secondo me, va oltre l’immaginabile. Non si riesce a comprendere come questa sorta di immeritocrazia costi molto allo Stato Italiano e ne comprometta il futuro. D’altro canto l’Italia è un Paese in cui il sessantenne/settantenne politico di turno è considerato ancora un giovincello. Sarò pessimista, ma non vedo alcuna via d’uscita. Si affronta da anni il problema con paroloni, speranze, prospettive, ma è sempre peggio. Si continuano a sperperare i soldi della collettività affidandone il controllo e la ridistribuzione a soggetti incompetenti e dalla mentalità retrograda. It’s really hard!
Roberto: Un paese PER giovani non può che essere un paese DEI giovani: se ci si aspetta che persone con troppe primavere sul groppone possano rendere l’Italia un paese aperto al futuro ci si sbaglia di grosso. Il 20enne/30enne di oggi deve costruire l’Italia PER i giovani di domani: giovani imprenditori, giovani con responsabilità sociali, giovani impegnati in politica, giovani di grande cultura, giovani le cui capacità siano riconosciute e apprezzate. L’unico modo perché domani ci siano spazi e ruoli per i giovani è che i giovani di oggi inizino a farsi spazio, con le capacità e un pochino anche con i gomiti, per ribaltare la situazione; altrimenti quando i nostri figli saranno a loro volta 30enni, si chiederanno ancora perché in Italia non ci sia posto per i loro coetanei.
Sebastiano: La classe “dirigente” incide sicuramente, ma il malanno che io personalmente avverto come più pesante, più ostacolante, è la voglia di rallentare la velocità a cui viaggia il pensiero di una mente giovane. Quando poi ti adegui al sistema la tua mente si atrofizza, e magari ti vedi sorpassare da una persona che non ha mollato e che, con grande coraggio e determinazione, nonché una visione diversa e chiara, è riuscito a farsi strada. Ciò che suggerirei al giovane è non abbandonare la partita in nessun caso, ma creare un network, una massa critica di cervelli capaci di creare non solo un flebile afflato ma una voce diversa, più sonora, più importante. Credo che la credibilità, le relazioni di trust in un network siano quindi una buona “arma” per diradare la “nebbia” stagnante in cui, indiscutibilmente, versa il “sistema Italia”.
Federico: Personalmente in ambedue i casi consiglierei di andarsene da questo Paese. Io stesso (che lavoro in ambito IT) ogni giorno lotto con l’arretratezza strutturale e culturale di questo Paese, guardando con un po’ di invidia gli altri (europei e non). L’Italia oggi è un Paese di vecchi per vecchi (aggiungerei anche egoisti), dove il futuro viene costruito sul cemento e senza un piano di sviluppo a lungo termine (se non quello di ricorrere al lifting per sembrare più giovani). Chiedo scusa per il pessimismo, ma di questi tempi è difficile trovare argomenti che incrementino il basso livello di ottimismo.
David: Un mio professore diceva che per restare in Italia si deve lavorare il doppio, arrabbiarsi il triplo e accontentarsi della metà. La cosa mi faceva sorridere. Adesso però, dopo un ‘esperienza di formazione all’estero, tornato in Italia ho l’impressione che forse quel professore aveva ragione. Più che un consiglio, il mio modesto parere è che un giovane farebbe meglio ad andarsene, ed è quello che spero di fare anch’io quando avrò una possibilità.
Luca: Credo che il problema dell’essere un Paese di vecchi e per vecchi vada oltre la questione lavoro ed abbia molto a che fare con la gestione del potere. Il potere in Italia e’ in mano a vecchi per niente lungimiranti e interessati al loro benessere, più che a quello delle generazioni a venire, questo lo si vede in politica come nelle aziende dove e’ prassi, mentre si taglia il personale giovane, assegnare consulenze sine-cura ai dirigenti in pensione. Il problema e’ che al potere si accede per appartenenza o cooptazione, raramente per merito, e quindi i giovani stanno perlopiù a testa bassa aspettando la “nomina”, anziché conquistarsi il diritto. E’ la cultura della raccomandazione e dell’appartenenza anziché del merito e del diritto.
Salvatore: La discussione mi sembra interessante ma, lasciando per un momento da parte il tema dell’inserimento dei giovani in imprese *esistenti*, vorrei indicare un nostro secondo e grave problema strutturale: la difficoltà di accesso a capitali di rischio e la gestione dell’innovazione. Quattro baldi giovani, brillanti programmatori, chimici, architetti o altro, che possibilità concreta hanno in Italia di accedere a capitali di rischio e creare start-up? Il sistema bancario è ingessato e le società di venture capital si contano sulla punta delle dita. Negli USA il sistema di venture capital è estremamente evoluto, da un lato c’è il (giovane) imprenditore con una buona idea, dall’altro c’è chi investe sull’idea ed interviene anche direttamente sull’organizzazione del management e delle fasi di start-up. In Italia forse manca un pezzo importante del sistema d’innovazione e di opportunità per i giovani, che è l’accesso al capitale di rischio.
Federico: confermo le statistiche e le varie ricerche. A mio giudizio ci sono numerosi fattori che penalizzano i giovani dal mondo del lavoro, e in realtà li conosciamo già tutti: 1) Le scuole (università, medie superiori, medie inferiori, ecc) non formano persone con conoscenze sufficienti da potersi “sedere alla scrivania” e mettersi al lavoro;2) La maggioranza delle aziende non spende (tempo, soldi e risorse) nella formazione del nuovo personale e questo determina il fatto che le aziende ricerchino persone con esperienza;3) Il costo elevato che un azienda deve sostenere per assumere con un contratto “regolare” disincentiva le aziende, soprattutto nel prendere un giovane; 4) Alcuni imprenditori approfittano di alcune forme di contratto (interinali, progetto, stagionali, ecc) per sottopagare il neo assunto; 5) Una certa rigidità nelle modalità di ricerca del personale da parte delle aziende. Così molti ragazzi, ma non solo loro, dopo aver perso le speranze in Italia guardano sempre di più all’estero. Il mio consiglio è quello di andare all’estero il prima possibile, magari subito dopo l’università, e dopo qualche anno di provare a cercare lavoro in Italia, ci sono più possibilità di trovare un buon posto di lavoro.
Alberto: Beh, da giovane “emigrato” posso dire la mia.. Dato che a breve qui mi scade il contratto mi sto ovviamente guardando intorno, sia in the UK che in Italia. La differenza? Se qui mando un CV e il mio profilo viene vagliato e non considerato in linea almeno mi arriva una risposta, per lo meno so che e’ stato letto e valutato. Delle decine di CV inviati in Italia non ho idea di cosa sia successo, non so nemmeno se siano stati aperti… Silenzio assoluto, e parlo anche per posizioni perfettamente in linea col mio profilo (and by the way, parla uno che dentro le Risorse Umane ci e’ stato e ci e’, quindi so come funziona). Ovviamente non sto dicendo che questo sia un motivo valido per andarsene, ma almeno, anche nelle più piccole cose, mi sembra che fuori dal Belpaese venga mostrata un po’ più di considerazione verso le persone, giovani o non giovani.
Dimitri: Credo che l’Italia non riesca ad essere un paese per giovani perché è un Paese nel quale non c’è fiducia nei giovani stessi, nel quale abbiamo, sia nel bene che nel male, una classe dirigenziale (industriale) un po’ ” vecchia “, che vede in un giovane con evidenti capacità più una minaccia per il proprio status acquisito invece che una risorsa. Per quanto mi riguarda la risposta alla domanda posta è: ” Restare e lottare ” per vedere di cambiare questo Paese.
Emiliano: Restare e lottare????? Ma lottare per cosa? Per avere riconosciuto il diritto di poter provare a vivere decentemente? Per avere riconosciuto il diritto di realizzarsi ed esser trattato da “uomo” (avere una risposta ad una candidatura, sentirsi un “bravo” quando fai qualcosa di buono a lavoro, avere il modo di esprimere tutte le proprie qualità, non esser trattato da numero, ecc.). Qui ognuno esprime il proprio pensiero in base soprattutto alle esperienze che ha avuto. Ma vorrei fare a tutti voi una domanda: se vostro figlio oggi vi chiedesse come può cercare di realizzarsi, pensando solo al suo bene, cosa gli consigliereste? Per me la risposta è scontata…. quindi il mio consiglio è: vogliatevi bene come a vostro figlio!
Michele: E perché ti sorprendi delle statistiche? Basta guardare alla classe politica dirigente che dovrebbe guidare il Belpaese, perché venga immediata la voglia di lasciar perdere. Non e’ che gli Usa o il resto del mondo siano il paradiso perfetto, però un equilibrio tra aspettative e realtà si riesce ancora a intravedere.
Adriano: A mio avviso le cause di queste statistiche “deprimenti” sta in una endemica tendenza all’attaccamento alla poltrona, o per meglio dire al posto fisso. Il mercato del lavoro italiano si fonda su una divisione quanto mai accentuata tra popolo dei posti fissi e popolo dei precari. Tale separazione viene ulteriormente aumentata da leggi di tutela troppo forti per i lavoratori a tempo indeterminato e praticamente inesistenti per quelli a tempo determinato. Tutto ciò crea una situazione di immobilità del mercato del lavoro. Infatti a peggiorare la già brutta copia del modello “anglosassone” c’è proprio l’immobilità delle professioni, nel senso che nel resto d’Europa (salve le dovute eccezioni) la mobilità lavorativa è un dato di fatto. In UK prima della crisi, i lavoratori decidevano di prendersi due o tre mesi di ferie, licenziandosi e poi trovando un altro lavoro. In Olanda dove risiedo al momento la cosa non è tanto differente. In Italia questo non avviene affatto. Inoltre mi piacerebbe avviare un sondaggio per capire quanti degli italiani sono veramente (e sottolineo “veramente”) soddisfatti del proprio lavoro. Credo di sapere la risposta, ma lascio l’interrogativo!!!
Fabio: I giovani sono sicuramente i più colpiti, ma i problemi sono di tutti. Una società soffocata da burocrazia, incompetenza e scarsa professionalità, che troppo spesso trova come uniche risposte l’arroganza e la furbizia. Un Paese dove la scarsa istruzione pesa ovunque (50% della popolazione ha solo la licenza elementare). Un Paese dove l’immobilismo impera ed e’ totalmente incapace di mettere in piedi un gioco di squadra, per riconoscere ed affrontare qualsiasi problema. Continua erosione dei valori sociali e professionali. Incapacità e mancanza di coraggio nell’investire seriamente in R&D. Un mercato del lavoro sclerotizzato, ormai non più in grado di rispondere alle nuove esigenze di un confronto su scala globale. Chiaramente eccezioni eccellenti esistono, ma il mio consiglio e’ di andarsene.
INIZIATIVA “CAMBIO GENERAZIONALE”:
-Ai “Talenti in Fuga”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu possa tornare in Italia?
-Ai “Talenti (ancora) in Italia”: cosa deve cambiare, in concreto, perché tu resti con convinzione qui?
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