Suona come una sconfitta. O meglio, è l’ammissione netta, totale e inevitabile di una sconfitta, messa nero su bianco da uno dei rappresentanti di quella generazione che ha portato l’Italia dove è oggi. Una generazione di “perdenti assoluti”, per dirla con il compianto Manuel Vazquez Montalban.
Mi sono preso un giorno di tempo per commentare la drammatica lettera del direttore generale della Luiss Pierluigi Celli, pubblicata su La Repubblica. Ieri l’ho rilanciata di getto sul blog, felice che qualcuno portasse nell’arena del dibattito pubblico questa vera e propria emergenza nazionale della fuga dei giovani all’estero. E felice di veder nascere un dibattito intorno alla questione, il che conferma la bontà del progetto “La Fuga dei Talenti”. Sì, perchè la lettera di Celli ha avuto un indubbio merito: riportare il focus sull’enorme problema della fuga dei giovani di talento da questo Paese.
“Questo è un Paese da cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai“, scrive Celli in un passaggio molto amaro al figlio Mattia. E prosegue: “Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato -per ragioni intuibili- con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una multiutiliy“. Infine conclude: “Questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito“.
Io non so se Celli sia sincero o abbia fatto un’uscita “snob”, per dirla con il Ministro alle Politiche Giovanili Giorgia Meloni. Personalmente l’ho sentito ieri sera in diretta su Radio 24. E mi è parso sinceramente arrabbiato, deciso a difendere le sue tesi.
Nella sua lettera convivono due anime: la presa d’atto del fallimento di una generazione (la stessa che, secondo il regista Mario Monicelli, ha portato l’Italia alla deriva…). E la preoccupazione, associata a un misto d’invidia, per la voglia di lottare del figlio, contro questa Italia di mediocri e raccomandati.
E’ vero, Celli ha fatto parte fino a ieri (e ne fa tuttora parte), di quello stesso establishment contro cui punta ora il dito (ha ricoperto ruoli importanti in Eni, Omnitel, Wind, Rai, Unicredit, Enel), trovandosi spesso nella posizione di Direttore delle Risorse Umane, dalla quale si controlla -inevitabilmente- la selezione della futura classe dirigente. Se l’Italia è arrivata fino a questo punto, una parte di colpa ce l’ha sicuramente anche lui. Forse ha provato solo ad arginare i danni, nel corso della sua carriera professionale, anziché combattere fino in fondo la battaglia per un Paese migliore. Viene anche da sottolineare come, con un padre dal pedigree così raffinato, difficilmente il figlio avrà grossi problemi a farsi strada, in un Paese che tende a proteggere i privilegi di casta e corporazione.
Io però continuo a ritenere che certi sassi -così pesanti- non finiscano nello stagno senza lasciare conseguenze. La lettera di Celli è una lettera ai giovani italiani, prima che a suo figlio. E in questo segna un punto a suo favore. E’ una lettera che dice l’ovvio, ma che ammette -per la prima volta e da parte di un esponente di peso della nomenklatura manageriale italiana- il fallimento totale di una generazione. E’ una lettera che invita, implicitamente, alla rivoluzione generazionale, più che alla fuga.
Sulla conclusione della missiva, al di là delle frequenti provocazioni che spesso lancio su questo blog, mi trovo solo parzialmente d’accordo: è vero che -allo stato attuale delle cose- l’unica via di fuga è rappresentata dall’espatrio, come ho scritto più volte. E’ l’azione più immediata, quella che garantisce vie più rapide di successo e di affermazione.
Ma la vera rivoluzione, se così vogliamo chiamarla, è un’altra: imporre il ricambio generazionale, spazzare dal tavolo cooptati e raccomandati, introdurre una logica del merito e un “regno della meritocrazia”, a livelli equivalenti a quelli delle nazioni più sviluppate d’Europa. E’ questa la sfida, difficilissima e quasi utopica, che attende i 20-30-40enni di oggi. Quelli residenti e quelli espatriati. Sì, perché la “fuga” può preludere anche a un ritorno: molti nostri giovani “esiliati” rientrerebbero, se fossero certi di ricostruire questo Paese dalle fondamenta.Col loro contributo e col know-how appreso all’estero.
Occorre imporre urgentemente un ricambio politico, manageriale ed accademico, spazzando via i privilegi di caste e corporazioni. E valorizzando -soprattutto- i giovani. Grazie Celli, per aver ammesso il fallimento. Ma ora, fatevi tutti da parte.
DATI
Avevo previsto di dedicare il “post” odierno ai dati sull’emigrazione italiana, ma l’attualità ha preso il sopravvento. Intendevo farlo perché quest’anno è passato un po’ inosservato il “Quarto Rapporto Italiani nel Mondo – edizione 2009″, da poco pubblicato. Anche in questa edizione manca la risposta alla domanda che pongo da mesi: quanti giovani italiani espatriano ogni anno? Ma qualche dato, quantomeno indicativo, lo possiamo ritrovare: al 3 aprile 2009 i cittadini italiani residenti all’estero erano 3 milioni 915mila 767, quasi duecentomila in più rispetto allo scorso anno. La maggior parte di loro (il 55,8%) risiede in Europa: per Paesi di residenza, primeggiano Germania, Argentina e Svizzera.
Se consideriamo solo i 18-35enni, sulla base di dati aggiornati al dicembre 2007, scopriamo che il loro totale ammonta a 929mila 249, circa uno su quattro rispetto al numero complessivo degli italiani all’estero. Le percentuali di ripartizione geografica ricalcano grossomodo quelle generali, anche perché in questa Italia “giovane” che risiede all’estero si mischia un po’ di tutto: discendenti di italiani emigrati decenni fa, oriundi e -infine- anche i rappresentanti della cosiddetta “nuova emigrazione”, quella dei giovani professionisti in fuga descritti da Celli. Un’emigrazione -quest’ultima- sulla quale siamo ancora in attesa di uno studio scientifico adeguato, mirato e appropriato. Ci fa forse paura realizzarlo? Solleveremmo il velo su una realtà che ci fa comodo non vedere?
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