“La fuga dei neolaureati italiani costa quasi due miliardi di dollari l’anno. Non è scandaloso?”, ho chiesto poche settimane fa su diversi gruppi LinkedIn, lanciando una chiara provocazione, legata a uno dei post di maggiore successo di questo blog (clicca qui per leggerlo). Le risposte sono arrivate a valanga: mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo contributo, ma vi assicuro che vale davvero la pena di leggerlo dall’inizio alla fine.
PAOLO: “I numeri si commentano da soli (anche se in realtà il costo riguarda un periodo di 18 anni circa, quindi un costo totale vero solo se poi il “talento” in Italia non lavora mai… probabilmente trovare un costo/anno farebbe ancora più impressione). Comunque sì: fa molta impressione, specie se consideri quanti di quegli 11.700, a parità di condizioni lavorative, tornerebbero in Italia (probabile che io sia uno di quelli)”.
MASSIMILIANO: “La nostra generazione è stata formata da docenti della generazione precedente. In ogni passaggio generazionale si stanno perdendo qualità e competitività, perché i più capaci non trovano spazio in patria, e vanno all’estero. Le università italiane non hanno soldi né per fare ricerca né oramai par fare formazione in maniera decente. Per quanto a lungo ancora l’Italia sarà in grado di generare “cervelli” in maniera competitiva col resto del mondo???”
PIERGIUSEPPE: “Sì, concordo pienamente e io sono uno di quelli. Spesso all’estero si trovano stipendi migliori, non ti sfruttano con stage di 6 mesi prima, e poi con contratti a rinnovo trimestrale ecc.. Qui all’estero ho avuto come primo lavoro un contratto annuale, con tutti i diritti. Purtroppo la verità è che in Italia il mercato del lavoro è saturo: c`e molta domanda di neolaureati e poca richiesta!!!”
SARA: “Non appena ho messo piede in Olanda ho trovato lavoro, casa, civiltà, organizzazione, una qualità della vita sicuramente più alta, e la netta sensazione che le sostanziose tasse che pago hanno il loro ritorno in numerosi servizi offerti ai cittadini. A livello lavorativo ho trovato soddisfazioni, ed il continuo riconoscimento di talento e dedizione… non ci ero assolutamente abituata. Vari amici si sono trasferiti per lavoro in Olanda, Gran Bretagna, Francia e Lussemburgo: posso confermare che sono tutti estremamente soddisfatti della scelta fatta. L’ultimo amico stretto rimasto in Italia ha appena ricevuto la comunicazione che per lui non c’e’ spazio all’università. La notizia e’ arrivata dopo 10 anni di ricerca, 2 libri e più di 100 pubblicazioni scientifiche. Sta cercando lavoro in Gran Bretagna e Stati Uniti… CVD”.
LUCA: “Il punto e’ che gli studenti devono essere valorizzati di più sin dall’università, e devono fare esperienze pratiche. Non vivere di teorie, in cui noi italiani eccelliamo. Devono poi esserci delle internship (cioè esperienze pagate), possibilmente, durante l’estate (fra un anno accademico e l’altro), infine delle serie offerte di lavoro quando si esce dall’università. Ciò detto, io sono uno degli expat, e in Italia vorrei tornarci un giorno: ma il sistema deve capire che se porto indietro determinati skills e contatti deve pagare. La bilancia non può sempre pendere dalla parte del datore di lavoro: quest’ultimo dovrebbe capire che un lavoratore contento lavora meglio e ci guadagnano tutti. Saluti da 10k km…”
ADRIANO: “Risorse perse che non torneranno (quasi) mai indietro, questi sono i classici intangible assets, e qui nessuna finanziaria scaturente dal “genio” politico potrà fare nulla, se non RIVOLUZIONARE totalmente un sistema che sta collassando giorno per giorno”.
MASSIMILIANO: “Dovremmo preoccuparci di aumentare il numero di laureati e della qualità e competitività del curriculum scolastico, come stanno facendo in altri Paesi. Come faremo a competere con Cina (che sforna un esercito di ingegneri ogni anno), Brasile e altri Paesi emergenti?”
ENRICO: “Secondo me il problema che sta alla base della fuga dei cervelli (e che non avete ancora menzionato) si chiama MERITOCRAZIA. Il punto è che un giovane laureato, specie se sveglio e con una laurea ad alto potenziale, crea problemi!!! Vuole fare carriera, scalzare equilibri consolidati e consorterie, si aspetta che il suo valore venga riconosciuto, anche se questo significa passare davanti a chi è più anziano di lui e ha passato una vita a tessere trame. Per cui, in Italia, tutti fanno del loro meglio per chiudergli le porte in faccia. Questo è il problema: troppa gente che si è creata uno spazio protetto, e vuole goderselo senza scocciatori che la spingano a mettere in discussione il proprio status e la propria tranquillità. E la precarietà e i bassi stipendi (oltre alle piccole umiliazioni quotidiane – come costringere i plurilaureati a compiti di bassa segreteria), sono le principali armi in mano a queste persone, nell’università come nelle aziende come negli enti pubblici”.
ROBERTO: “Mi sento molto vicino a questo topic, essendo uno dei giovani professionisti italiani che e’ emigrato all’estero per una possibilità di carriera. La mia storia, comunque, e’ un po’ diversa, in quanto ho studiato negli USA, ho ottenuto una laurea ed un Master, sto cercando di ritornare in Italia, ma mi e’ ancora difficilissimo trovare lavoro nel mio Paese natale. A parte la carenza -da parte delle industrie italiane- di investire in persone con skills and knowledge, trovo il nepotismo una delle ragioni principali che spinge giovani neolaureati e professionisti stranieri a trovare lavoro fuori dall’Italia”.
ANDREA: “Anche io lo stesso. Mi sono laureato a Londra, dove ho anche completato il Master, dato che in Italia e’ impossibile lavorare e studiare part-time a questi livelli. Ora lavoro come Business Psychologist, ma di sicuro avrei problemi tornando in Italia: ci ho provato già in passato, ma con poco successo (corruzione, nepotismo etc…). Se poi pensi che qui sponsorizzano persone per il dottorato, non mi sorprende che ci sia una fuga del talento italiano. Forse le cose cambieranno un giorno e potremo tutti rimpatriare!”
LUCA: “La mia risposta è no, non è scandaloso affatto. Lo sarebbe se il sistema-Italia facesse qualcosa per evitare tale fuga, ma mio avviso la situazione è una conseguenza inevitabile di cause politiche, culturali, economiche e sociali.
Non vedo per nulla soluzioni a breve, se vuoi la mia brutale analisi. Ci vorrebbe un cambiamento molto marcato nelle nuove generazioni (diciamo dai 40 in giù), che porti a sostituire la classe politica, a cambiare l’approccio ai problemi e al futuro, anche e soprattutto nel quotidiano. Ma non vedo segni chiari e forti in questo senso, almeno non nella maggioranza (e mi sembra che molti dei migliori, che potrebbero essere dei leader, facciano le valigie…). Se questo forte cambiamento venisse messo in moto, allora forse tra 10-20 anni vedremmo un’Italia diversa”.
ANDREA: “E’ frutto di due decenni di disinvestimento colposo e -in qualche caso- doloso del nostro sistema educativo. Nel senso che siamo ben ultimi (nella media) in tutte le università: anche in quelle più blasonate non raggiungiamo il 50esimo posto. E allora, se emergono dei profili di qualità NONOSTANTE queste desolanti condizioni, beh… fanno BENISSIMO a lasciare l’Italia. Fanno benissimo a costruirsi un percorso di crescita e farebbero MALISSIMO a tornare anche tra 10 anni, perché troverebbero le solite e deprimenti situazioni di clientela e baronia che noi Italiani ci trasciniamo da sempre. Personalmente sono molto, molto negativo sul futuro prossimo (e non solo prossimo)”.
MARCO: “A cosa servono i laureati – sia autoctoni che “di importazione” in Italia? Abbiamo forse bisogno di laureati in giurisprudenza o Scienze della comunicazione? E che dire di Scienze della formazione? Ma anche la blasonata facoltà di Ingegneria presenta livelli di occupazione a 5 anni dalla laurea pari a 83% per gli uomini e 17% (!) per le donne. Che lavori facciano davvero gli ingegneri, poi, non chiediamocelo neppure. E i laureati in Medicina a 5 anni dalla laurea (dovrebbero aver terminato il percorso di specializzazione) che lavorano sono il 44% degli uomini e il 56% delle donne. Per cui, mi chiedo se il problema dei nostri laureati che decidono di ampliare i loro orizzonti all’estero o di rimanere a lottare in casa, sia davvero la mancanza di meritocrazia (che pure evidentemente affligge tutte le strutture socio-organizzative del nostro Paese). A me sembrerebbe più utile rivolgere l’analisi verso la strutturale decadenza di un contesto produttivo sempre più appiattito verso il basso, verso la mancanza di valore aggiunto, che non richiede laureati, perché non ne ha bisogno…”
GIOVANNI: “Il problema sostanziale è che in ITALIA non si lascia spazio ai giovani, e le risorse che dovrebbero aiutare noi GIOVANI non lo fanno – o per pigrizia, o per mancanza di stimoli. Il nostro management è costituito da persone che non vogliono affatto investire sui giovani”. Allora le domande che mi pongo sono: Dove è andata a finire la valorizzazione delle persone? Perché fare due lauree (triennale+specialistica) per poi trovarsi GIOVANI GIA’ VECCHI E DI POCHE SPERANZE, quando in Europa i giovani trovano un posto di lavoro a 23 anni?
Inoltre, mi sembra assurdo che in Italia si studi per così lungo tempo, quando altrove si può trovare di molto meglio. Ovviamente tutto ciò dipende anche dalla laurea che una persona ha conseguito, dal proprio background culturale, ecc.”.
DOMENICO: “1) Versione cinica: Bah, l’importante è che non cambino cittadinanza. Cosi magari ritornano e contribuiscono a cambiare le cose…; 2) Versione provocatoria: Yes but, come mai in Italia non c’e’ più conflitto generazionale? Sarà pur vero che non è un Paese per giovani, ma ai vecchi evidentemente poco lo si contende: ipotesi a questo riguardo?”