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Money? Yes. Research in Italy? No, thanks.

InFuga dei giovani su 12 ottobre 2009 a 09:00

Ci risiamo… con la scoperta dell’acqua calda. Parlando di ricerca, veniamo a sapere che nell’ultimo bando lanciato dallo European Research Council, che ha messo a disposizione la bellezza di 325 milioni di euro per la causa, ben 1625 richieste di finanziamento sono giunte dall’Italia. Non ci mancano dunque né i ricercatori, né le menti creative, verrebbe da concludere… anzi! Magari però ci mancano i soldi per finanziarli, ma questo è un discorso arcinoto. Fa però impressione (benché già si sapesse) osservare come -sebbene condividiamo con la Germania il primo posto per numero di finanziamenti vinti, in tutto 32- di quelle borse ne vedremo neppure la metà: ben 18 di queste prenderanno la via di Gran Bretagna (otto), Francia (quattro), Spagna (tre), Germania (due) e Svizzera (uno). Magari potessimo parlare di “brain circulation”…: come informa un bell’articolo del Corriere della Sera, su 18 progetti in uscita, ne avremo solo due (due!) in entrata. Una romena a Milano e un olandese a Padova. Per contro, la Gran Bretagna, che di finanziamenti “autoctoni” ne porta a casa solo diciotto, riceve ben 25 ricercatori immigrati (otto italiani e diciassette di altra nazionalità europea) che intendono far ricerca Oltremanica. “Chi possiede qualità per competere nella ricerca, spesso non abita più qui. E dall’estero, non li rimpiazza nessuno”, conclude l’autrice dell’articolo. “Mancanza di fiducia nella nostra ricerca”, sentenzia invece Salvatore Settis, membro italiano dello European Research Council, che punta il dito contro un sistema-Paese scarsamente affidabile, che non offre garanzie di carriera ragionevolmente rapida, nonché livelli retributivi dignitosi. Per non parlare dei concorsi per cattedra – bloccati da quattro anni, caso praticamente unico in Europa. Settis, con Bordignon (l’altro membro italiano dell’Erc), accusa: “Nel nostro Paese ci sono i soldi per il Ponte sullo Stretto e per la Tav, non per la ricerca. L’unica priorità in tempi di crisi”.

“E’ cambiato qualcosa in Italia, a dieci anni di distanza?”, si chiedeva venerdì sera Antonio Iavarone, ricercatore la cui storia di nepotismo e di espatrio negli Usa è tornata di attualità due mesi fa, grazie a una importante scoperta scientifica. Il palcoscenico mediatico questa volta era Ndp di Antonello Piroso, su La7: “Qui lavoriamo in un ambiente di ricerca sano”, insisteva Iavarone, la cui galanteria gli impediva di scagliarsi come avrebbe desiderato contro questa palude putrida italiana. Ma le sue (ben meditate e accuratamente selezionate) parole pasavano come macigni: un ambiente di ricerca sano, sottolineava lui, implicitamente contrapponendolo a quello “malato” della Penisola. In studio, l’imprenditore Nerio Alessandri (Tecnogym), sibilava una frase terribile, ma vera: “Il successo in Italia è una colpa”. E’ vero, in un Paese antimeritocratico, familista e relazionale, la bravura è un handicap. Sconvolge schemi precostituiti e preordinati, dove l’idiota -pur idiota- deve per forza occupare una certa posizione, in virtù di parentele, cooptazioni o peggio. Il “bravo”, o il “talento”, che ambisce alla medesima posizione rappresenta solo un ostacolo al mantenimento dello status quo.

Quando affonderemo definitivamente? Resta questa la domanda fondamentale. Il declino c’è ed è sotto gli occhi di tutti: la Commissione Europea, aprendo la recente procedura per deficit eccessivo contro l’Italia, non ha mancato di sottolineare “le debolezze strutturali” della nostra economia. Sale il deficit, esplode il debito, la spesa pubblica appare fuori controllo, appesantita com’è dalle uscite destinate alle pensioni. Il presidente della Bce Jean-Claude Trichet ci invita a fare le riforme strutturali. Trichet si sofferma sui nostri prezzi e le nostre tariffe (particolarmente rigidi), e sul nostro mercato del lavoro (particolarmente ingessato). Serve “un ambizioso piano di modernizzazione”, conclude. Intanto non c’è una sola università italiana (una che sia una) tra i primi 150 atenei del mondo, secondo la classifica del Times Higher Education Supplement. La prima, l’Alma Mater di Bologna, è 174esima (!!!). “E’ essenziale prendere atto che siamo indietro”, commenta amaro Enrico Decleva, presidente della Crui.

Sono dati troppo disomogenei, quelli che ho presentato sopra? Forse, ma testimoniano un lento e inesorabile declino, che ben si accompagna a una situazione politica che ci ha reso gli zimbelli della comunità internazionale. Da pochi giorni 73enne (auguri…), il capo del Governo non sembra proprio intenzionato a rinnovare la leadership nel suo partito, facendo finalmente largo a un quarantenne. Quello sì che sarebbe un bel segnale di cambiamento…

Restiamo un Paese vecchio, gerontocratico, ingessato, bisognoso di riforme, dove si fa poca ricerca, e dal quale i giovani fuggono. In misura sempre maggiore. Auguri, Italia!

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