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La Tecnocrazia della Tequila

InMeritocrazia su 27 settembre 2009 a 14:58

Mentre gli unici talenti che tornano in Italia sembrano essere i denari dell’ennesimo scudo fiscale “made in” finanza creativa (…e che talenti, con annessi reati tributari, societari e falso in bilancio, tutti ovviamente ancora da scoprire), mi limito a registrare un interessante articolo pubblicato su La Voce.info. “Tequila Technocracy”: “Negli ultimi venticinque anni in Messico è arrivata a importanti incarichi di Governo una tecnocrazia formatasi nelle migliori facoltà di economia degli Stati Uniti. Ciò ha permesso di realizzare riforme strutturali fondamentali, tanto più meritorie in un Paese con un retaggio di gravi problemi economici e sociali. In Italia, invece, una prospettiva simile non è neanche pensabile. Perché la classe politica premia più la fedeltà di partito che la competenza“. Ultimo esempio in ordine temporale, aggiungo io, l’assunzione dell’ex-Ministro dance Gianni De Michelis da parte dell’ex-allievo Renato Brunetta. Quarantamila euro lordi l’anno (per De Michelis una “cifra da volontariato”: lo vada a dire a un precario). I debiti chiaramente vanno saldati prima o poi, anche a costo di rispolverare la Prima Repubblica. Complimenti al “fustigatore di Palazzo”. Prosegue l’articolo de La Voce.info: “Nel nostro Paese la classe politica è sempre più castacea e sempre meno istruita. Solo il 65% dei parlamentari neo-eletti nel 2006 aveva una laurea, contro il 90% del 1948. In Messico, invece, si è affermata una vera e propria anti-casta, una tecnocrazia di individui con dottorati nelle migliori facoltà di economia degli Usa, che dirigono le politiche economiche e sociali. In Italia, di solito, persone simili vengono espulse dalla politica, e spesso anche del sistema in generale“. L’articolo, che invito a leggere, prosegue spiegando nel dettaglio le caratteristiche di questa “Tequila Technocracy”. Rischiando di essere banale, vi aggiungo il “sistema-simbolo” della meritocrazia mondiale, utilizzando la recensione di un libro di recente uscita (“Stati Uniti? Italia e Usa a confronto”): “E’ questo il cosiddetto American Dream, il sogno americano. In altre parole, la principale forza propulsiva, la dinamo che consente di fare carriera, è il merito. Non contano le famiglie o le conoscenze, ma conta la conoscenza, ovvero la possibilità di accedere ai più alti livelli della cultura“. Questo è il quadro che ci restituisce l’America centrosettentrionale: gli Usa, al di là della crisi, tengono ben fermo il baricentro sul merito. Il Messico, dal canto suo, per fare il salto nel “primo mondo”, riporta indietro i suoi migliori cervelli, prelevandoli direttamente dalle migliori facoltà statunitensi. E l’Italia? Carlo Carboni su Il Sole 24 Ore cita varie ricerche relative alla nostra classe dirigente: “Secondo l’88,6% della popolazione, la classe dirigente ideale ha visione e capacità di decisione, dovrebbe essere selezionata in base al merito e alle competenze (92,7%) e manifestare senso di responsabilità e trasparenza (89,8%). La classe dirigente italiana, invece, secondo gli italiani è da lungo tempo malata di indecisionismo, è selezionata in base alla ricchezza (68%) e alle buone relazioni (54,2%), in barba al merito. Da questi dati si può ricavare l’idea che per essere classi dirgenti e non elite autoreferenziali occorrono tre ingredienti: visione/decisione, competenza, trasparenza/senso della legalità, tre componenti ascritte ad una leadership in grado di scambiare merito contro fiducia sociale”. Carboni evita però di vedere solamente nero e descrive il buon livello medio non solo delle nostre università, ma anche delle nostre professioni. Non bisogna essere catastrofisti, suggerisce, ma applicare gli ingredienti che creano merito: “concorrenza, competenza, trasparenza”. Il punto, ahinoi, è però sempre lo stesso: in Italia, tra il dire e il fare, c’è di mezzo l’Oceano Pacifico. Una nota positiva, un po’ a sorpresa, è venuta nei giorni scorsi dall’annuncio del “Piano d’azione per l’occupabilità dei giovani”, che mira a colpire il grave fenomeno dell’alta disoccupazione “under 25″. Un piano in sei mosse, hanno annunciato i  Ministri Sacconi e Gelmini, che mira ad anticipare il più possibile l’ingresso nel mercato del lavoro, ridisegnando l’offerta di istruzione e formazione sulle necessità del sistema imprenditoriale. L’idea è interessante… anche se -messa così- ricorda certi piani faraonici dell’Unione Europea mai davvero messi in pratica. Attendiamo dunque misure e dettagli concreti: gli annunci servono solo per le gazzette di famiglia. Intanto si potrebbe cominciare, per iniziare, a incrementare il numero di lingue straniere insegnate ai nostri studenti delle scuole superiori: secondo Eurostat, il 60% dei loro colleghi europei ne impara almeno due, contro l’unica dichiarata dal 73,9% dei nostri. Rendendoli poliglotti, faremo loro un gran favore: una volta diventati grandi, potranno quantomeno espatriare muniti degli strumenti linguistici appropriati.

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