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Champagne

InFuga dei giovani su 8 settembre 2009 a 10:53

Oggi possiamo stappare lo champagne: l’Italia è risalita dal 49esimo al 48esimo posto (!) nella classifica mondiale sulla competitività, come annuncia il World Economic Forum. Chissenefrega se la Francia è al 16esimo posto, o la Germania al settimo… La vera novità del 2009 è che il Belpaese -in materia di competitività- lotta nelle prime dieci posizioni della Serie C mondiale. Soffocato da uno dei mercati del lavoro più rigidi del mondo e da un indebitamento pubblico da far tremare i polsi (afferma il WEF). E poi ci si chiede perché i giovani continuino a fuggire…

Fuggono o pensano alla fuga anche i giovani che lavorano nell’ambito della cultura, come denunciava qualche tempo fa un bell’articolo de Il Sole 24 Ore, che sintetizzava la discussione sorta all’interno del blog “Scrittori Precari“. Il dilemma: “Partire o restare”? Claudia Boscolo scrive: “Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica della consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto, forse?” Claudia giustamente si lancia contro molti “intellettuali affermati, che coronati dai successi letterari, godono di tutte le glorie transitorie di qualche editoriale egoico, invece di fare fronte comune e insistere perché qualcosa cambi”. Insiste l’animatore del blog Simone Ghelli: “Una cosa mi ha colpito più di tutti. La mancata reazione da parte di un paio di generazioni (tra cui la mia), alle quali le ultime classi dirigenti hanno praticamente rubato il futuro. E’ la generazione che usiamo definire dei precari, di chi si è ritrovato con la laurea in tasca (e a volte anche il dottorato), a dover scegliere tra la fuga verso un Paese migliore e la prospettiva di rimanere in Italia a fare il primo lavoro che capita”. Completamente d’accordo con te, Simone. Come vedete, la voglia di fuga è trasversale a tutti i settori.

Un accenno, prima di chiudere, a un altro settore cruciale della nostra economia (o così dovrebbe essere, almeno a livello teorico): quello della ricerca. Che significa anche, tradotto in termini un po’ più business, sviluppo e innovazione. Ha riscosso molto successo il “post” che ho pubblicato la scorsa settimana sul rientro dei cervelli. Certo, i numeri fanno impressione… Ma questo è veramente un Paese assurdo. Capace di far rischiare lo sfratto all’istituto di ricerca sul cervello Ebri (fortemente voluto da Rita Levi Montalcini), e poi -come se nulla fosse- annunciare pochi giorni dopo il varo di trenta borse di studio da 200mila euro l’una per far tornare i cervelli (o attrarre ricercatori di chiara fama). Indovinate come il Ministro dell’Istruzione Gelmini ha voluto chiamare il progetto? Ovviamente “Progetto Levi Montalcini”. Perchè questo Paese con una mano quasi ti sfratta, mentre con l’altra ti dedica premi, targhe, vie, strade, piazze. Il problema, Ministro, è anche strutturale: quando questi 200mila euro finiranno, che succederà? Li rispediamo indietro, i “cervelli”? Continueremo nella “commedia delle buone intenzioni”, per dirla con Ferruccio de Bortoli?

Già, perchè, per citare una volta di più il pomposo e monumentale programma di “Rientro dei Cervelli” e il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi (intervistato da La Repubblica), che lo gestisce, “non c’è stata affatto la folla di domande che ci aspettavamo. Non c’è stata alcuna corsa da parte dei ricercatori emigrati verso l’Italia”. A scanso di equivoci, comunque, l’ultima mazzata agli aspiranti “figlioli prodighi” l’ha tirata proprio la madrepatria: per accettare tutte le 120 domande pervenute (poche, effettivamente) ci volevano 22 milioni di euro. Mentre il budget a disposizione era solo di tre e mezzo. Però… Per tornare alle 30 borse di studio annunciate dalla Gelmini: ma non si potrebbe curare -e bene- un solo programma per i ricercatori di rientro, anziché incentivare la nascita di una miriade di iniziative scollegate tra loro, pronte a finire sul medio periodo nel dimenticatoio per mancanza di fondi, una volta finito l’”effetto annuncio” propagandistico?

La Francia intanto, denuncia il direttore di ricerca al “Centre National de la Recherche Scientifique” Mauro Mezzina, offre ben 1200 nuovi posti di ricercatore l’anno. Andando un po’ più lontano, come spiega sempre a La Repubblica Paolo Pandolfi (direttore del Cancer Center dell’Università di Harvard – USA), basterebbe poter applicare le regole auree di finanziamento “made in Usa”: risorse federali, statali, fundraising (stimolato con una detrazione al 100% dalle tasse). Il tutto unito all’assoluto rigore e severità con cui vengono erogati i fondi. Erogazione che avviene solo dopo un vaglio accuratissimo, a cura di esperti che variano di continuo, per evitare favoritismi e particolarismi, sullo stile di quelli denunciati da Stefano Zecchi in un articolo per il Giornale (clicca qui per leggere).

Chiude con un messaggio di speranza Pandolfi: “Anche in Italia sarebbe possibile tornare ad essere competitivi ed attrattivi, non ci mancano né i talenti né le eccellenze. Basterebbe avere delle leggi quadro, forti e precise. E farle rispettare”.

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