Con questo “post” La Fuga dei Talenti entra nella pausa estiva, con aggiornamenti non più giornalieri ed esclusivamente su temi di stretta attualità. Buone vacanze!
C’era una volta un paese dove tutti erano giovani, dal sindaco, al parroco, fino agli ospiti della casa di cura. In questo paese i ruoli chiave erano nelle mani degli stessi sessantenni, settantenni od ottuagenari, che li avevano ereditati molto tempo addietro. Una situazione che si protraeva ormai da decenni. Tu arrivavi nella piazza principale, in un qualsiasi giorno settimanale o festivo, e ti cominciavano a presentare i “potenti” locali. Tutti all’apparenza giovani, tutti sorridenti, tutti straordinariamente altezzosi e anche un po’ arroganti. All’improvviso venivi colto dal dubbio che questi “giovani” signori locali tanto giovani -alla fin fine- non fossero. Ma poi i loro più stretti amici e collaboratori si affrettavano a dirti che il tuo era solo un effetto ottico… e se proprio insistevi, ammettevano che sì, magari il sindaco aveva pure 72 anni, ma vuoi mettere l’esperienza del nostro primo cittadino in carica da 15 anni, con quel bamboccione di 39, che ancora deve essere svezzato? Vuoi mettere la competenza del padrone della più grossa azienda locale, che a 89 anni ancora disegna le strategie di un eterno rilancio, mentre -sai- quel manager di 34 anni rientrato da un paese lontano… ma cosa vorrà mai venire a insegnarci? E poi il nostro maestro di scuola, che a 78 anni è una vera autorità cittadina… La tv locale di quel paese mostrava ogni giorno scene di festa, in un paese lindo e dai palazzi maestosi (dove non abitava quasi nessuno, in realtà, ma il solo fatto che esistessero dava un senso di rassicurazione generale): tanti pseudogiovani per le strade a ballare, felici e spensierati, immagini patinate di persone agiate che entravano nei negozi della piazza e facevano incetta di ogni ben di Dio. Un giorno un manipolo di giornalisti indipendenti, che non lavoravano per i giornali e le tv del sindaco (il quale -si spettegolava- riceveva ogni sera a casa le più belle ragazze della città… quelle sì, 20enni o 30enni per davvero), arrivò nel paese per raccontarlo, convinti che finalmente avessero trovato il Bengodi tanto favoleggiato. Dopo pochi giorni scoprirono una realtà ben diversa. Nascosta negli angoli più sconosciuti, emarginata dalla società, viveva una generazione di 20enni e 30enni (anagrafici) che non aveva alcuna voce. Ci avevano provato più volte a chiedere gli spazi che spettavano loro, ma invano. Sempre la solita pacca sulla spalla, accompagnata dall’incoraggiante: “Quando arriverai alla mia età, vedrai che toccherà a te”. Ai più insistenti giungeva persino qualche velata minaccia. Molti di questi giovani -soprattutto quelli che avevano studiato- avevano cominciato ad emigrare nei Paesi vicini, dove pare -pare- esistesse una società più equa, basata sul merito e su una corretta ripartizione delle responsabilità sociali in base all’età. E quanto si arrabbiava il sindaco di questo nostro paesotto provinciale, quando qualcuno di questi giornalisti cominciava a fargli notare che la sua pseudoridente città tutto era, fuorché il Bengodi: così piano piano si scoprì che i suoi abitanti guadagnavano meno -pro capite- del paese vicino, quello dove si parlava una lingua quasi uguale e che era stato a lungo considerato una specie di “cugino povero”. Poi si scoprì addirittura che la ricchezza di quel paese era in costante calo (quell’anno, causa anche una brutta carestia nel circondario, avrebbe perso il 5%). Si scoprì persino che molti di questi baldi giovani 60enni, 70enni e 80enni vivevano molto al di sopra delle loro possibilità, grazie pure a un’alta corruzione ed evasione fiscale. I signorotti e i lavoratori autonomi, nel silenzio generale, esportavano sempre più denaro in alcune frazioni un po’ “losche”, dove nessuno faceva domande sulla provenienza di quella moneta. E a pagare erano sempre i soliti. Intanto il debito pubblico del paese cresceva, e i pochi giovani rimasti -condannati già da anni ad arrabattarsi tra lavori e lavoretti precari- guardavano con orrore a un futuro in cui avrebbero dovuto ripagare loro (ma con quali soldi?…) gli sprechi e le devastazioni dei loro padri e dei loro nonni. Non cambiava mai nulla… neppure gli avversari del sindaco riuscivano a uscire da questa logica suicida, squarciando definitivamente il velo di ipocrisia esistente e mettendo ai posti di comando della loro gerarchia politica i giovani “veri”. Un giorno -nell’indifferenza generale- una signora ormai non più giovanissima, ma dotata di tanto coraggio, scrisse al sindaco onorario. Questa signora faceva la ricercatrice, e denunciò pubblicamente ”il sistema antimeritocratico” che danneggiava non solo il singolo ricercatore precario (come lei), ma soprattutto le persone che vivevano in quel paese. Questa signora (che siamo sicuri parlava anche a nome delle generazioni successive) descriveva un sistema di ricerca malato, che non riusciva a far emergere i migliori e gli onesti, il tutto a vantaggio di potenti lobby. Stanca e sfiduciata, annunciò al sindaco onorario la sua decisione di andarsene. In molti lessero queste sue parole su un giornale (uno dei pochi media non nelle mani del sindaco), ma girarono la testa dall’altra parte.
Qualche anno dopo, nessuno ricorda più quanti, accadde una cosa strana. L’incantesimo improvvisamente svanì. Qualcuno dice che s trattò di un fenomeno molto simile al finale di un famoso libro di Oscar Wilde. Un giorno, con le prime luci dell’alba, i giovani-anziani del Paese dell’acqua Lilia si svegliarono. Si guardarono in faccia, inorriditi: erano diventati improvvisamente vecchi… tremendamente vecchi. Rughe profonde solcavano i loro visi, a stento camminavano. Con le poche forze rimaste, provarono ad accendere la televisione, per cercare immagini rassicuranti. Black-out, non trasmetteva nulla. Scesero per strada, e scoprirono la finzione, in tutta la sua drammaticità: del loro Bengodi non restava nulla. Avevano consumato tutte le risorse: al posto dei finti palazzi nobiliari trovarono case diroccate. Le strade apparvero semiasfaltate, le industrie in rovina. Non avevano saputo intercettare il cambiamento, non avevano avuto il coraggio di puntare sulla ricerca, sull’innovazione e sullo sviluppo. Mentre il mondo intorno progrediva, loro erano rimasti fermi. E coloro i quali avrebbero avuto la possibilità di modernizzare il Paese (i giovani veri, per l’appunto) erano stati zittiti od obbligati ad emigrare. I “vecchi-ex giovani” quel mattino videro i pochi giovani rimasti partire con le valigie di cartone verso i paesi vicini, alla ricerca di miglior fortuna. Il Paese dell’eterna gioventù, il Paese dell’acqua Lilia era finito, non c’era più. Puff… l’incantesimo svanito. La scenografia di cartapesta, piena zeppa di paillettes, smontata. Davanti allo specchio, sentirono improvvisamente tutto il peso del fallimento sulle loro spalle. Ma era ormai troppo tardi.
Dedicato all’Italia, con l’augurio che non sia questo il suo destino. SN