sergionava

Gerontocrazia al potere

In Declino Italia on 17 marzo 2009 at 08:25

“L’Italia ha tutte le caratteristiche del Paese per vecchi, soprattutto quando si parla d’impresa”, scrive il Corriere della Sera, in un articolo pubblicato pochi giorni fa. I dati sono impressionanti, al punto da riflettere l’immagine di un Paese dove essere giovani è sostanzialmente inutile. Comandano sempre i soliti. Peggio ancora: i giovani, gli “under 30”, anziché fare passi avanti… imitano piuttosto il gambero. Vediamo: i titolari di imprese individuali in Italia con età uguale o maggiore a 70 (settanta!) anni sono aumentati tra il 2002 e il 2008 del 6,3%. In Lombardia, motore economico nazionale, addirittura del 16,7%. Sul totale delle cariche direttive all’interno delle imprese, nei sei anni presi in considerazione la presenza degli “under 30” è calata del 7,6%, mentre gli “over 70” sono cresciuti del 58,2%. In Italia appare praticamente impossibile trovare un amministratore delegato che abbia meno di tre decadi di vita alle spalle: in sei anni i pochi sopravvissuti sono calati del 51,2%!. Non va meglio ai 30-49enni: anche loro hanno perso un bel 27,1%. Gli unici “ad” che se la spassano sono, per l’appunto, gli ultrasettantenni: +27,2%. Le cariche ricoperte dagli “over 70” nei consigli di amministrazione societari sono quasi raddoppiate tra il 2002 e il 2008. A mio modesto parere, e sulla base anche delle ricerche svolte per scrivere il libro “La fuga dei talenti”, buona parte dei motivi che hanno determinato questo incancrenimento della situazione vanno ricercati soprattutto nella struttura stessa del tessuto imprenditoriale del Belpaese, costituito per percentuali bulgare da piccole e medie imprese, spesso fondate decenni fa da imprenditori con la propensione al rischio. E divenute, con gli anni, i loro personalissimi e inattaccabili feudi. Molti laureati da me intervistati (un economista in particolare) hanno denunciato come -spesso- queste imprese privilegino relazioni parentali al curriculum e all’esperienza dei giovani manager. Per farla breve, insomma, il figlio o la figlia restano spesso e volentieri i “principi ereditari”: una vita in azienda (magari con relative/i consorti) alle dipendenze del padre, mentre il potenziale bacino di manager sfornati dalle università viene guardato con sospetto. Quand’anche entra, viene osteggiato dai titolari, timorosi di avere “cani sciolti”, in grado di apportare un reale rinnovamento alle strategie imprenditoriali. Faccio un piccolo esempio: solo il 20% delle piccole imprese italiane ha un sito internet… E’ evidente che questa situazione deve finire. Altrimenti molte di queste Pmi faranno la fine dei dinosauri: si estingueranno, insieme ai loro fondatori. Nel migliore dei mondi questi “over 70” lascerebbero il timone di comando ai figli o ad eredi accuratamente selezionati, adeguatamente supportati da giovani manager esterni (magari con esperienze all’estero), capaci di disegnare strategie di rinnovamento, sia in termini di sinergie che di internazionalizzazione. Ma siamo in Italia: dove in tutti i settori (non solo quello politico, come vedete…), i giovani sono le eterne ruote di scorta. Un Paese così è matematicamente condannato al declino. Soprattutto quando deve affrontare una crisi senza precedenti che richiede forze fresche, giovani leopardi (che invece fuggono in migliaia all’estero…). Non leoni stagionati, ormai in pensione.

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