Vi siete mai chiesti perché all’estero manager e aziende investono di più sui giovani, dopo averli selezionati attraverso test e colloqui cui -di norma- partecipano tutti i potenziali migliori candidati? Vi siete mai chiesti perché, una volta superata la selezione, il giovane professionista italiano che lavora in un Paese che non è il suo si vede offrire un contratto degno di questo nome, con un adeguato grado di responsabilizzazione? Senza essere trattato come un “bamboccione” che deve farsi la classica gavetta? E vi siete mai chiesti perché il “raccomandato” nei Paesi anglosassoni non è un mediocre figlio di qualcuno, ma un valido professionista da sottrarre -possibilmente- alla concorrenza? A fronte di tutto ciò, vi meravigliate ancora se questo Paese, chiamato Italia, rischia di andare a gambe per aria?