Le cronache di questi giorni ci portano Oltremanica, dove le proteste contro gli operai italiani nel Lincolnshire monopolizzano le prime pagine dei nostri quotidiani. Poche decine di operai rappresentano la nostra emigrazione. Emigrazione che nell’immaginario collettivo continua a replicare il modello vecchio stampo delle “braccia” che vanno a prestare la loro opera in un Paese straniero. Errore: avete mai pensato a quante migliaia di giovani nostri connazionali lavorano come dirigenti d’azienda, professori universitari, ricercatori, ingegneri, architetti, artisti, ecc. ecc. … e nessuno -oltre le Alpi- protesta per la loro presenza? I motivi di questa crisi (ormai diplomatica) sono chiari a tutti: 300 operai italiani tutti insieme fanno paura nell’Inghilterra centro-settentrionale, lontana anni luce dalla cosmopolita Londra. Quasi scontato che là si arrabbino. Ma perché la nostra stampa, si ricorda dei nostri emigrati (ricercatori a parte) solo in queste occasioni? Perché non urla e non sbatte in prima pagina il fatto che ogni anno tre delle nostre maggiori università sfornano professionisti che vanno a lavorare all’estero, perché qui nessuno se li fila? Fa comodo ridurre il profilo del giovane esiliato all’immagine convenzionale dello “scienziato pazzo” (non ce ne vogliano i ricercatori), o dell’operaio simil-inizio ’900? E se vanno via, perché nessuno ne indaga a fondo i motivi?