sergionava

Napolitano e i Giovani

In Fuga dei giovani on 5 Gennaio 2010 at 09:46

Il messaggio televisivo di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che su internet ha registrato un boom di contatti (oltre 35mila visualizzazioni su Youtube), ha riservato una piacevole sorpresa. O meglio: due piacevoli soprese. La prima: “Giovani” è stata la parola più citata. La seconda: il passaggio relativo proprio ai giovani italiani. “C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro Paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà: ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni. Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura. Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito”. Il messaggio è implicito: occorre creare le condizioni affinché i giovani possano affermarsi in Italia. Attraverso meritocrazia reale, e non familismo e/o cooptazione, attraverso un “welfare state” degno di un Paese civilizzato, attraverso stipendi degni dell’Europa. Solo ieri il “Corriere della Sera” ricordava come -secondo le più recenti classifiche dell’Ocse- i nostri stipendi netti (!) sono al ventitreesimo posto nella classifica dei 30 Paesi più industrializzati. Un single senza figli italiano percepisce 21.374 dollari. Saliamo di un posto solo se consideriamo lo stipendio lordo. Davanti a noi ci sono tutti i “big”: dietro, solamente i Paesi emergenti. I nostri salari sono più bassi del 32,3% rispetto alla media UE-15. E chi percepisce stipendi ancora più bassi, in questa “guerra tra poveri” all’italiana? I giovani, ça va sans dire. Scrive Mario Sensini: “Il nostro Paese è uno dei pochi al mondo dove una laurea non garantisce affatto salari dignitosi“. Perché? Presto detto: Tra il 1998 e il 2004 il differenziale di stipendio in Italia tra un lavoratore laureato e uno che ha frequentato solo la scuola dell’obbligo è diminuito del 6,2%. Scandaloso.

Per tornare al Presidente Napolitano. Ho invitato alcuni utenti del portale di networking professionale LinkedIn a commentare la risposta sua e quella del Ministro Meloni alla lettera dei 16 giovani professionisti espatriati (inizio dicembre). Il risultato -devo dirlo- è abbastanza critico, se non deprimente. Valutate voi. Di certo non hanno fatto salti di gioia:

Francesco: Mi sembrano risposte molto cortesi, diplomatiche, ma non credo diano un contributo concreto. Insomma risposte tipicamente italiane…

Domenico: Il Presidente auspica (e nel suo ruolo, senza poteri d’intevento, altro non può fare). Il Ministro si appella al maggiore valore intrinseco dell’azione individuale per il cambiamento, piuttosto che di quella collettiva per la protesta. Che di per sè è certamente condivisibile, ma in sé altrettanto poco ministeriale: se non agisce un Ministro dell’esecutivo chi altri deve farlo?. Debbo dire che, a pelle, sono portato a nutrire fiducia per entrambi: il Presidente e il Ministro. Ahimè, l’uno non può per ruolo e l’altra non può perché è ovvio che questa, come altre politiche non di strettissima urgenza, non sono affatto all’ordine del giorno del Governo. Quindi, di fatto, sono risposte inadeguate. Ancora una volta ha ragione il Ministro: bisogna agire, ma non solo come individui, per cambiare l’agenda delle priorità…

Lorenzo: Al di la della risposta del Presidente, figura eminente ma sopratutto istituzionale e non decisionale, mi stupisce la risposta del Ministro. Una letterina ben ricca di contenuti ideologici, evidentemente costruita per il mercato interno italiano, che si compiace dell’eterno scontro, ma in fondo ben poco ricca in proposte serie, tanto che i problemi citati sembrano semplicemente insolubili. Ma questo Ministro, o il Ministro dell’Università, ma anche certi altri, cosa fanno concretamente per introdurre la meritocrazia in Italia? Quali sono le risorse dedicate al problema, quali i tempi previsti per una prima stima degli effetti?

Arturo: Nessun commento a tali lettere!

David: Sono risposte istituzionali! Ma che cosa vi aspettavate? Che di colpo cambiasse tutto? Io penso che bisogna portare proposte al fine di ottenere qualcosa. Continuare a mandarsi letterine non serve nulla.

Vincenzo: Quello che sta succedendo in Italia è solo il risultato di un lungo processo di decadimento culturale. Come ho sentito dire da qualcuno… “ la barca sta affondando”. Forse non è del tutto falso. La politica, come al suo solito, è ben lontana dal dare una risposta “concreta” a un problema che ha radici profonde. La “Fuga di Cervelli” ha delle cause ben precise. Noi stiamo solo assistendo all’epilogo di un Paese moribondo. Le mie parole potrebbe sembrare molto dure, ma all’atto pratico è quello che sta succedendo in Italia, dove essere bravi non è sufficiente, anzi, a volte e solo un ostacolo per chi vuole lavorare. […] Per quanto mi riguarda, l’unica soluzione per un giovane è andare in un altro Paese, dove la meritocrazia funziona davvero.

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Pensiero del Weekend 24

In Giovani Italians on 3 Gennaio 2010 at 09:00

Voglio iniziare l’anno nel migliore dei modi, con una proposta concreta: la riforma degli ammortizzatori sociali. Le stime sui lavoratori che potrebbero trovarsi senza copertura, in caso di perdita del lavoro, “rafforzano l’esigenza di una revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali, con benefici per l’efficienza produttiva, la tutela dei lavoratori, l’equità sociale“, ha affermato poco prima di Natale il Governatore di Bankitalia Mario Draghi. Il problema è sempre quello, ha ricordato Draghi: l’attuale sistema di ammortizzatori è estremamente frammentato. Secondo Bankitalia (notizie riportate da Il Sole 24 Ore), 1 milione e 200mila lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro. A questi si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati, che non godono di alcun sussidio, o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti governativi. In totale: 1 milione e 600mila lavoratori che rischiano di restare in mezzo alla strada, in caso di perdita dell’occupazione. La stessa stima fatta a giugno del 2009 (vedi articolo sul blog). Nulla, insomma, è cambiato. E ci definiamo ancora un Paese europeo?

E’ ben noto come la maggioranza di questi cittadini siano giovani, cui non resta che guardare a una via di fuga verso l’estero per garantirsi un futuro. A tutto ciò, nota lo stesso quotidiano, si aggiunge la beffa -soprattutto al sud- dei giovani che non trovano lavoro, a causa del blocco delle assunzioni legato al perdurare della cassa integrazione. “La cassa integrazione consente alle aziende di trattenere il più possibile la propria manodopera. E questo va bene in periodi di crisi brevi. Ma quando la recessione è lunga si produce un effetto spiazzamento, il turn over si blocca e il mercato diventa impermeabile a nuove assunzioni, soprattutto nelle regioni meridionali”, spiega Carlo dell’Aringa, docente di Economia Politica. Dell’Aringa è molto preoccupato dal “deciso balzo in avanti della disoccupazione giovanile: più di un giovane su quattro è disoccupato, in Italia. Si aggrava, quindi, un fenomeno che ci vedeva già ai primi posti in Europa. [...] Si tratta di un pericoloso spreco di risorse”.  Per Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi Confindustria, preoccupa “la maggiore penalizzazione dei giovani”. Questo, per Paolazzi, è uno dei fattori che potrebbero ridurre le potenzialità di sviluppo del “sistema-Italia” nei prossimi anni.

A tutto ciò aggiungiamo come, secondo La Repubblica, su 100mila co.co.pro. (quanti di loro giovani?) che hanno perso il posto di lavoro a causa della crisi, 10mila hanno chiesto l’indennità di disoccupazione “una tantum”, prevista dalla legge. Convinti di averne i requisiti. In quanti l’hanno ottenuta? Meno di 1500, poco più di uno su dieci. Per la precisione: 1457. Nè possiamo definire “fortunati” i vincitori di questa particolare “lotteria”: sapete quanto hanno portato a casa? In media 1690 euro, il 20% del  reddito percepito. Divisi per 12 mesi fanno 140 euro a mensilità, una sorta di “social card” rinforzata. Andatelo a raccontare a un danese… Per i sindacati, è stata tutta colpa delle asticelle troppo elevate fissate per i requisiti utili a ottenere l’indennità: considerati i numeri… il sospetto viene.

Il Ministro al Welfare Maurizio Sacconi ha annunciato la presentazione di un ddl -dopo le elezioni regionali- che conterrà anche le nuove norme sugli ammortizzatori sociali, con un’indennità di disoccupazione su base generalizzata e un secondo strumento integrativo, a difesa del posto di lavoro. Si faccia, e anche presto, questa riforma degli ammortizzatori. La si faccia, con un’attenzione particolare agli “under 40″ di questo Paese. Non sia l’ennesima promessa vuota, di cui fra tre mesi non sentiremo più parlare. Altrimenti il consiglio da dare ai giovani italiani sarà sempre lo stesso: emigrate!

Scrivi insieme a noi il “Manifesto dei Giovani Italiani”: manifestodeigiovani@gmail.com

Raccontaci la tua storia: storietalenti@gmail.com

Storie di Talenti/11 – Buon 2010!

In Storie di Talenti on 31 Dicembre 2009 at 09:00

“La Fuga dei Talenti” vi augura buon anno, regalandovi due storie. Entrambe amaro specchio dell’Italia. La prima è inserita all’interno della nostra iniziativa per dar voce alle migliaia di giovani professionisti italiani espatriati (scrivi a storietalenti@gmail.com, raccontando in 30 righe la tua esperienza e il raffronto tra la nuova realtà in cui vivi e l’Italia); la seconda è la storia di Amalia, 19enne originaria dell’Est Europa, che ha scritto al blog per raccontare tutta la propria amarezza per un sogno -quello di un futuro migliore- che l’espatrio nel Belpaese dei suoi genitori non ha saputo garantirle. In Amalia, che ora pensa di lasciare l’Italia, si rispecchia la delusione di milioni di giovani suoi connazionali.

A tutti i lettori del blog: BUON 2010, sperando in un’Italia finalmente migliore! E per quanto mi riguarda, intendo solo far mio il nuovo motto della rete news Bbc: “NEVER STOP ASKING“.

Auguri!

STORIA 1 / LA STORIA DI LUCA, EMIGRATO IN GRAN BRETAGNA

Luca Boscolo, membro della VIA-Academy.org, 42 anni: ingegnere e moglie medico (39 anni). Paese di residenza: Regno Unito.

Dopo la laurea, le aspettative in Italia erano quelle di fare il porta-borse di qualcuno che faceva poco o niente ma aveva il potere: quindi siamo emigrati nel Regno Unito, Paese considerato aperto e meritocratico. Dopo 10 anni, mia moglie (peraltro molto, ma molto, meglio pagata che in Italia), e’ diventata una NHS consultant a 39 anni (equivalente del primario negli ospedali italiani, dove sono tutti, o quasi, dei vecchietti).

Io, lavorando sodo, sono riuscito ad avere un’ottima posizione come ingegnere programmatore. Tornare in Italia, ora, significherebbe tornare indietro, sia come carriera che come trattamento economico. Tornerei in Italia, solo se il sistema cambiasse… e cioè se fosse trasparente e meritocratico, e non solo politico come e’ ora!!!

STORIA 2 / LA LETTERA DI AMALIA, PRONTA A LASCIARE L’ITALIA

Sono una ragazza ventenne. I miei genitori 19 anni fa misero tutta la loro vita in una valigia, e scapparono dal comunismo, in un Paese di cui non conoscevano lingua, cultura, prospettive. Venivano qui, per garantire un futuro e una gioventù migliore a me, mia sorella, mio fratello.
Credevano nell’Italia del progresso, dell’innovazione, della cultura non solo accademica, della scienza applicata, della ricerca: credevano nel Welfare, credevano nella Democrazia.

Oggi più che mai io, come tanti giovani attorno a me, mi scontro con la realtà, come cadendo da un quinto piano e sbattendo di faccia. Dietro la patina dorata che va incrostandosi sempre più, scopro il marcio. Lo scopro in un sistema politco che non mi rappresenta, nell’economia, nella mancata capacità di assorbire giovani talenti e idee innovative, nell’università, nel mondo del lavoro. Avevo quasi perso anche il valore della famiglia.

Io in questo blog ho avuto la conferma terribile di una mancata prospettiva.
Però sono qui per gridare che ci siamo! Che la mia generazione ha tanto talento, ha voglia di mettersi in gioco, di sfruttare la propria intelligenza per il sapere e per il progresso. Per la continuità del Paese!

Vorrei tanto continuare a sentirmi italiana, e apportare le mie capacità al Paese… ma il Paese stesso mi tarpa le ali, e mi lascia inerme nel fango.
Ecco perchè mi sto affrettando per laurearmi, seppur con grandi sacrifici.
Guardando nel mio futuro, tra le poche certezze che ho, quella che resta è trovare un posto per me altrove… e dire addio, o forse no, forse solo “Arrivederci”, al Paese che i miei -sbagliando- scelsero, un tempo, per regalarmi un futuro.